Blbvyan LIBRARIES SMITHS0N1AN~INSTITUT10N NOIinillSNl^NVINOSHlllAiS SHiaVdì z > ^ ^ 2: ^ C/) z c/>

^ ^ E ^

'4m ^ i;;! 2: -h z

O ^ /;?i^ ^'À O ^ fMf'W} O

È Wi,#>»E

2 ^ 2 Xi^OSVAV^' >

^STITUTION^NOI II NV(N0SHill/^S^S3 I d VH 3 ll^LI B RAR l Es'^SMITHSONIAN^INSTITUTI

co :7 \ ^ 5 co :=

UJ . V

O NC>\osWi^ 21' O

^ Z «J 2 oJ "Z \

>aidvdan libraries smithsonian institution NoiiniiiSNi nvimoshiiws saidvdi

-- z r- ^ ^ z r- z i

2 .. ra /0^S5:fK 2 rr, O

co = co r: co

NSTITUTIOIM NOIinillSNl NVINOSHimS S3ldVdan LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITUT ^ z _ co Z V.. ^ z

> , _ ^ ^ ^

53 i dVd a LI B RAR I Es'^SMITHSONIAN INSTITUTION^^NOIinillSNl'^NVINOSHlllAIS^Sa I d Vd ~ _ co _

^ iii ^-^TcvTt^^ z

co

«

5 "'W o 5

NSTITUTION^NOIini!lSNl"‘NVINOSHillAIS S3 I ava 3 H LI B RAR I ES SMITHSONIAN“lNSTITUT Z f- , z i- z _

2 m ^ 2 m /iS^Si,'x 2 m /^2S»g

m _ _

_ co ~ co co

iBiavaan libraries smithsonian institution NoiiniiiSNi nvinoshliws salava

Z , CO _ z » co z co .

5 S >- 2 - ^

NSTITUTION^’NOIiniUSNI NVIN0SHillMs"’s3 I a Va 3 11 LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITUT

CO _ z \ ^ _ _ ^ 5 ^ _ _

^ V LJ UJ Tk

o _

53 I d Vd a n Al B RAR I ES SMITHSONIAN^INSTITUTION NOIIfìillSNI AviNOSHllWS S3 I d Vd

::o ^ :xi

co :a l >

:d

m ^ " rn

co ZIZ co ± co ..««Ar,.r-

3RARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOIinillSNI NVINOSHimS S3 I H Vd 8 H ^Ll B R AR I E

c/) _ z: r c/) z

S s <

z o

co o

~ . V^v. z , /'" _ _

^ ^ >'' S '"'^si^VOSVA^ >‘ S

IXnillSNI_NVlN0SHillMS^S3 I d Vd 3 II^LI B RAR I ES^SMITHSONIAN INSTITUTION _NOIlniIiS^

(fi ^ zz tn

O o ~ o

3RARIES SMITHSONIAn"’|NSTITUTION N0IiniIlSNl“'NVIN0SHllWS^S3 I a Va 8 11 LIBRARIE ~ 2 r- ~

mniiiSNi NviNosHiiws saiavaan libraries smithsonian institution Nouniiis

Z _ ^ 2: . (/) Z v>-

> s > XlOiiis^ 2 ^

B RAR I E S ‘^SMITHSONIAN INSTITUTION NOIlflillSNI NVIN0SHillAls“’s3 I ava é n_ LI B RAR I E CO _ co _ _ co

co

Q ^ Q ^ XiOjLiiS^ O

-J Z -J z -J ^

liniliSNl NVINOSHllINS SSIdVdBIT LIBRARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOIinillSI r* , z _ _ r- z r- z _

>

^ jvAsviix rn ^ m

BRARIES SMITHSONIAN'’lNSTITUTION‘‘’NOIiniliSNl“NVmOSHillMS S3iavaan LIBRARIE ^ I I I i ' I

llinilJlSNI NVIN0SHilWs‘‘’s3 I a Va a IT^LI B RAR I Es‘”sMITHSONIAN INSTITUTION NOULDiUS

5 \ _ _ _ ^ CO = co

^ - uj ^ tij ^

co

q: r <

o 0 o

2 -J Z «I z __

BRARIES SMITHSONIAN INSTITUTION NOIiflillSNI NVINOSHilWS S3iavaan LIBRARIE ^ z r- _ z r- z ““

«iSf»-"'

W'

W:’':'\

WS-

éMSS--

i’v!.

PiS'jS

l\\x\

7r

BOLLETTINO

SOCIETÀ DEI NATURAIBTI

I3V IVAFOI^I

VOLUME LXXXI - 1972

SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI Via Mezzocannone, 8 1972

BOLLETTINO

iiv

VOLUME LXXXl - 1972

SOCIETÀ DEI NATURALISTI IN NAPOLI

Via Mezzocannone, 8 1972

CONSIGLIO DIRETTIVO

BIENNIO 1972-73

Prof. Arturo Palombi Prof, Piero De Castro Doti. Antonio Rodriquez Doti. Bruno De Simone Prof. Pio Vittozzi Prof. Napoletano Aldo Doti. Silvio Di Nocera Prof. Paolo Gasparini Prof. Felice Ippolito Prof. Tullio Pescatore Doti. Bruno Scotto di Carlo

- Presidente

- Vice Presidente

- Segretario

" Vice Segretario

- Tesoriere

- Bibliotecario

- Redattore delle Pubblicazioni

- Consigliere

- Consigliere

- Consigliere

- Consigliere

Hanno contribuito alla stampa di questo volume :

la Presidenza del Consiglio dei Ministri il Ministero della Pubblica Istruzione il Consiglio Nazionale delle Ricerche il Banco di Napoli

Boll. Soc. Natur. in Napoli voi. 81, 1972, pp. 3-22, 1 tav.

La sistemazione Idrogeologlca nel bacini torrentizi dei Somma-Vesuvio (*)

Nota del socio RAFFAELE MONTAGNA

(Tornata del 28 gennaio 1972)

Riassunto. I problemi idrogeologici del Somma-Vesuvio sono identificati nella necessità di fissare le potenti coltri di detrito secco e sabbie sciolte che ne ammantano i versanti medio-montani nonché nella bassa pendenza delle propaggini, prospicienti il retroterra, che ostacola il deflusso delle torbide.

Sono individuati altresi i problemi che la presenza stessa del Somma-Vesuvio, nato sulla costa di una pianura alluvionale, pone alFidrologia della retrostante pianura che viene cosi privata di uno sfocio immediato.

Sono passate in rassegna le soluzioni più o meno atte ad assicurare un certo smaltimento delle portate solide anche in caso di ridotto funzionamento delle opere di trattenuta medio-montane indicando anche i limiti di ciascuna soluzione.

Viene infine richiamata Fattenzione sul fatto che qualsiasi soluzione della sistemazione idraulica del versante N.E. del Somma-Vesuvio dovrà essere studiata nel contesto del bilancio idrico, sia superficiale che freatico, dell’intera pianura dei Regi Lagni.

Abstract. The geo-hydrologic problems of Somma-Vesuvio are identified in thè need of fastening thè thick covers of dry debris and loose sands wich cover thè medium-height slopes and in thè low slopes, facing thè hinterland, working against thè flow of « turbidites ».

The problems that thè occurrence of thè Somma-Vesuvio edifice, grown up on thè coast of an alluvial plain, furnishes relative to thè geo-hydrology of thè alluvial plain are pointed out.

The solution for ensuring thè get over of thè soiid flow, even if thè mìddle- mountain retaining Works do not suffice, are discussed and thè limits of each solution are indicated.

Any solution of thè hydraulic arrangement of thè N.E. slope of Somma- Vesuvio must he studied within thè context of thè surfacial and phreatic hydric balance of all thè plain of Regi Lagni.

(*) Manoscritto pervenuto il 15-12-1971.

4

1. Geomorfologia.

Airestremità meridionale dell’arco preappenninico che delimita la pianura campana, dove questi rilievi si protendono nel mare a formare la penisola sorrentina, sorge, sul basamento di calcare cretacico^ il vulcano-strato del Somma- Vesuvio, cosidetto perchè costruito dalla alternanza di prodotti esplosivi ( piroclastiti sciolte : ceneri, sabbie, la¬ pilli lapidei, scoriacei e pumicei) e di prodotti effusivi (lave leucitte- fritiche).

Il rilievo vulcanico, sorto pressoché interamente nel Quaternario, ha, approssimativamente, la forma di un cono bicuspide la cui genera¬ trice tende assintoticamente all’orizzonte, cioè di un cono il cui profilo, a pendenza decrescente dal vertice alla base, presenta una concavità rivolta verso l’alto.

Questa variabilità di pendenza rispecchia non solo la variabilità della passata attività vulcanica e quindi della sua attuale costituzione litologica ma, soprattutto, la meccanica dell’accumulo dei prodotti sciolti.

Nella vita di questo vulcano si sono alternate infatti attività esplo¬ sive, con eiezione di prodotti piroclastici sciolti, attività effusive, con eruzione di lave, ed attività miste.

A secondo della minore o maggiore potenza dell’esplosione vulca¬ nica, i materiali sciolti eiettati si depositarono solo intorno al cratere, sotto un elevato angolo di scarpa corrispondente al loro angolo di attrito interno o si spinsero anche a distanza tale da ammantare le zone rag¬ giunte con un’esile coltre che conservò immutati i valori delle preesi¬ stenti pendenze.

Analogamente, a secondo della minore o maggiore abbondanza lavica, le colate presentarono spessori minori o maggiori.

Nel primo caso il raffreddamento e quindi l’aumento di viscosità magmatica, furono talmente rapidi ehe l’attrito sulla superficie di base prevalse sulla fluidità interna e le colate laviche si arrestarono in pros¬ simità del cratere rapprendendosi in esili coltri che ricalcarono l’elevata pendenza dei sottostanti materiali sciolti.

Nel secondo caso, mancando le precedenti condizioni, le colate dila¬ garono fino alle estreme propaggini del vulcano dove si consolidarono in spessi banchi la cui superficie libera si dispose secondo quella bassa pendenza che corrisponde alla viscosità del magma a temperatura di irrigidimento.

5

Nei casi di potenza esplosiva o abbondanza lavica intermedia, come pure nei casi di attività mista, si determinò, ovviamente, una gamma di situazioni intermedie che valse a stabilire, tra le situazioni estreme di monte e di valle, una variabilità continua cbe consente di interpretare, almeno in parte, la progressiva riduzione di pendenza come conseguenza del progressivo impoverimento in prodotti sciolti ed arricchimento in lave nella struttura del vulcano-strato.

Vedremo ben presto che tale interpretazione è prevalente per il versante S.W. ma del tutto subordinata per il versante N.E. dove altri fattori concorrono alla stessa costruzione morfologica in aggiunta alla minore differenziazione litologica.

Piroclastiche per origine ma laviche per comportamento, furono invece le colate di fango che, originatesi dalFunione dei depositi sciolti con l’acqua dei violenti temporali che spesso accompagnano tali esplo¬ sioni, colarono sui fianchi del vulcano contribuendo al modellamento delle sue forme.

Su questa costituzione litologica e morfologica, fondamentalmente comune all’intero rilievo vulcanico, si sovrappone però una generale sproporzione volumetrica determinata da una asimmetrica distribuzione dei prodotti sciolti.

Per meglio intendere quanto segue, occorre precisare che, in realtà, quelle che, in sede di classificazione del locale comprensorio di bonifica idraulica, furono distinte col nome di falda meridionale e falda setten¬ trionale del Somma- Vesuvio sono rispettivamente il versante S.W. ed il versante N.E..

Per quanto concerne il versante S.W., che convenzionalmente con¬ tinueremo a chiamare falda meridionale, la presenza del mare, ubicato appunto a S.W. del vulcano, e l’azione dei venti dominanti che, spirando da S.W. a N.E., ostacolarono l’accumulo per deposizione eolica dei pro¬ dotti sciolti, hanno entrambe limitato lo sviluppo di questa falda conica dimodoché la sua generatrice risulta più breve e più ripida.

Per quanto concerne invece il versante N.E., che convenzional¬ mente continueremo a chiamare falda settentrionale, l’assenza del mare e l’azione dei venti dominanti, che favorirono l’accumulo per deposi¬ zione eolica, hanno entrambe esaltato lo sviluppo di questa falda conica verso il retroterra dimodoché la sua generatrice risulta più lunga e meno ripida (*).

(*) Su questo andamento di fondo, che ha agito nel tempo con la frequenza

6

L’ordine di grandezza del rapporto tra i volumi avviluppati dalle due falde è, alFincirca, di 1 a 2.

Mentre quindi le lave possono ritenersi, in prima approssimazione, distribuite egualmente tra le due falde, i materiali sciolti e le colate di fango che spesso ne derivarono sono invece molto più abbondanti nella falda settentrionale.

Anche la falda settentrionale presenta però profili a pendenza de¬ crescente da monte a valle malgrado le lave basali, che abbiamo visto abbassare i valori della pendenza, risultino, in questa falda, abbondan¬ temente coperte ed oltrepassate dai prodotti sciolti e malgrado questi ultimi siano capaci di accumularsi sotto un più elevato angolo di scarpa.

Sappiamo infatti che la concavità dei profili, oltre ad essere una caratteristica del progressivo arricchimento in lave da monte a valle, è sopratutto una caratteristica degli accumuli di detrito secco.

In tali accumuli, a parte una eventuale variazione progressiva del¬ l’angolo di attrito con la classazione granulometrica e con l’arrotonda¬ mento, da monte a valle, dei singoli elementi lapidei, è evidente la pre¬ senza dei due diversi valori dell’angolo di riposo : quello superiore in corrispondenza del quale il materiale si distacca da monte e comincia a franare e quello inferiore in corrispondenza del quale il materiale franato si arresta depositandosi a valle.

Tale differenza tra i due angoli di riposo non sarebbe tuttavia sufficiente e giustificare la variazione di pendenza esistente se non si tenesse conto anche del fatto che :

il valore dell’angolo di riposo aumenta molto col costipamento del detrito ed il costipamento diventa tanto minore quanto più il ma¬ teriale si allontana dal punto di distacco ;

di un evento ad elevata probabilità, si sovrappose, inserendosi come evento acci¬ dentale, l’eruzione pliniana del 79 d.C..

Attraverso una meccanica particolare, del tutto diversa da quella generale dell’andamento di fondo, questa eruzione conferì al vecchio Somma, preesistente come vulcano al successivo Vesuvio, un’asimmetria concorde con quella prodotta nel tempo dal suddetto andamento.

È noto infatti che questa eruzione provo( ò il collasso della sola falda S.W. del Somma dando luogo così ad una caldera semicircolare svasata verso il mare perchè priva dell’orlo ad esso prospiciente.

I depositi eiettizi, che da allora in poi continuarono ad accumularsi su questa svasatura, finirono per formare il cono del successivo Vesuvio,

L’orlo N.E. della caldera del Somma ed il cono vesuviano conferiscono, all’in¬ tero rilievo, l’attuale aspetto di un cono bicuspide.

7

la concavità del profilo da accumulo di detrito si sovrappone alla concavità da progressivo arricchimento in lave da monte verso valle ;

l’originario profilo del deposito di prodotti sciolti, eiettati da un vulcano, corrisponde ad una gaussiana (priva della parte corrispondente al cratere) ove ogni ordinata della curva è proporzionale alla probabilità di accumulo, ad una distanza dall’asse del cratere, rappresentata dalla ascissa corrispondente ; probabilità che si riduce assintoticamente con l’aumentare di detta distanza ;

ai suddetti modellamenti si sovrappone ancora, nel corso dei tempi, quello effettuato dal dilavamento delle acque meteoriche capace anch’esso di conferire concavità ai profili.

Numerosi valloni incidono la superficie del vulcano irradiandosi dal cratere secondo le generatrici del cono.

Queste incisioni, più o meno profonde a secondo che l’erosione in¬ tercetti o meno una colata lavica del vulcano-strato, hanno tutte in comune la caratteristica di conferire alle acque torrentizie una notevole portata solida.

2. Destinazione colturale.

Circa i % dell’intera superficie sono destinati a coltura mentre il rimanente quarto è costituito, prevalentemente, dall’incolto sterile della sommità del vulcano e, subordinatamente, da esigui rimboschimenti fo¬ restali.

Nella superficie destinata a coltura si distinguono :

la fascia collinare con colture arboree specializzate (vigneti e frutteti) ;

la fascia circumbasale, con colture ortive.

3. Situazione economico-sociale.

L’economia della parte montana è basata esclusivamente sulle attrat¬ tive turistiche offerte dalla sommità del vulcano.

L’economia della parte collinare e valliva, ad eccezione della fascia costiera, è prevalentemente agricola.

Sulla fascia costiera, compresa tra San Giovanni a Teduccio e

8

Castellammare di Stabia, sono invece distribuiti numerosi ed importanti complessi industriali e Finsediamento umano tocca gli indici più elevati d’Italia.

Se a ciò si aggiunge che buona parte della falda settentrionale è tributaria dei Regi Lagni proprio nella zona interessata dall’istituendo insediamento industriale, si comprende la grande importanza economico- sociale dell’efficienza del sistema scolante vesuviano.

4. Geologia tecnica.

Malgrado la costituzione litologica del rilievo vulcanico varii con una certa contnuità dalla parte sommitale alla parte basale per progres¬ sivo arricchimento in formazioni lapidee compatte (colate laviche leucit- tefritiche), i materiali affioranti sono costituiti, pressocchè ovunque, ma in special modo nella falda settentrionale, dai materiali sciolti di coper¬ tura (ceneri, sabbie e lapilli lapidei, scoriacei e pumicei).

La parte montana (incolto sterile), dove questi materiali aridi non sono trattenuti da alcuna vegetazione, si presenta come una enorme di¬ scarica di forma conica.

A caratterizzare con immediatezza l’erodibilità e franosità di questo incolto sterile gioverà riferirsi, mentalmente, alla stabilità di un pendio costituito da materiale lapideo sciolto ( macereto) la cui granulometria varii da sabbione a breccia ed il cui angolo di scarpa sia prossimo al valore superiore dell’angolo di riposo. Anche, in assenza della ovvia de¬ gradazione meteorica le alternanze termiche, particolarmente il gelo ed il disgelo, producono, nel detrito secco, spostamenti, tra i quali, quelli verso il basso sono ovviamente irreversibili e si sommano indefinitamente col ripetersi dei cicli termici diurni ed annuali.

Laddove la morfologia consente a questi spostamenti di localizzare accumuli sotto un angolo di scarpa pari al valore superiore dell’angolo di riposo, si verificano frane di detrito secco. Procedendo dalla fascia collinare verso quella circumbasale, la stabilità dei versanti aumenta sia per la progressiva riduzione di pendenza, che per il progressivo aumento della vegetazione.

Lungo i valloni, invece, se una certa riduzione progressiva di pen¬ denza, da monte a valle, riduce la possibilità di scoscendimento del de¬ trito secco, l’aumento del bacino sotteso aumenta le portate scolanti e la possibilità di erosione da parte delle acque.

Nella falda settentrionale, ove prevalgono fortemente i materiali

C?5

fO

©

©

3-

i’

n s. g ® w

S Bi S

>

o‘

©

^ cg

>

re

^ O ^

O --a ^

n

J” ^ . p

2

w

re"*

S f c

M

>

o

S

^

M SS

2

3

>

o'

£. CK re «

o

o

M

2 2. S

»

2

M

K S. p.

o

S o

5

g- ®

2

>

»

m

2

o

o

et) ^

>

p

^ CR ^

i_

ago

>

w

o

S M. O «*i> re

o

re

©

NM

w

©

1— (

" 1 ?

a- ff 2

>

M

a

w

>

r*.

-*

r*

'>©

P

^ r

O

M

§ 9 ^

H

3

InS

3 ^ P

>■

3

VC

2*

io

re 2 ^ |2 ^

>

w

ft j

>

p

to re

H

o

to

2" CK

a- 3 85

S- G 2.

O "•

o

>

0<ì ^

re ® 1— 1

© vO

^ O F

0^ F

s

F

. S- F o

9

5

m

H

5

o

9

o

n

H

H

H

W

>

m

(j)

d

2

H

>

e

M

C#3

>■

O

a

O

»

>

H

>

n

o

o

w

9

sciolti, le incisioni sono ovviamente più profonde e più ampie il che è sufficiente, da solo, a dimostrare che le portate solide sono più abbondanti e costituite, pressocchè esculsivamente, da tali materiali.

Nella falda meridionale, ove i materiali sciolti sono meno abbon¬ danti e le lave risultano in proporzione più diffuse, le incisioni, attraver¬ sata la coltre incoerente, finiscono spesso per intercettare le sottostanti colate laviche presenti come intercalazioni nella struttura del vulcano- strato.

La presenza di queste lave limita perciò la profondità e l’ampiezza di queste incisioni il che dimostra, a sua volta, che le portate solide sono meno abbondanti ma costituite, oltre che da materiali sciolti, anche dai prodotti di erosione delle lave.

Il prodotto di erosione delle lave, sia compatto che scoriaceo, è egual¬ mente costituito da elementi a spigoli vivi, sia per la durezza dei silicati costitutivi, sia per il tipo di fratturazione dei tramezzi separanti i vacuoli delle scorie.

La forma di tali elementi lapidei è ovviamente determinante nella loro capacità erosiva per cui nella falda meridionale, ove la brevità dei percorsi di fluitazione limita l’arrotondamento degli spigoli e la classa- zione granulometrica, si impone una certa mole di opere di protezione del fondo e delle sponde degli alvei.

5. Idrologia ed eventi calamitosi.

La rilevante sproporzione nello sviluppo volumetrico e nella costi¬ tuzione litologica delle due falde, unitamente alla progressiva riduzione di pendenza della generatrice del cono, condiziona completamente l’idro¬ logia dei bacini vesuviani.

Per quanto concerne infatti la falda meridionale, il suo minore sviluppo per difetto di accumulo di prodotti sciolti e la presenza del mare hanno determinato il triplice vantaggio di :

rendere più breve e più ripida la generatrice del cono dimodoché i profili dei corsi d’acqua assicurano, di norma, un rapido convogliamento delle torbide anche nei tratti vallivi ;

ridurre le portate solide per la resistenza all’incisione opposta dalle lave ;

assicurare un totale ed immediato recapito marino alle portate sia liquide che solide.

Per quanto concerne invece la falda settentrionale, la sua situazione

10

antitetica di maggiore sviluppo per eccesso di accumulo di materiali sciolti e l’assenza del mare hanno determinato il triplice svantaggio di :

allungare la generatrice del cono con notevole perdita di pen¬ denza dimodoché i profili dei corsi d’acqua non riescono ad assicurare il convogliamento delle torbide lungo le aste vallive ;

aumentare le portate solide per la facilità di incisione dei pro¬ dotti sciolti;

privare corsi d’acqua, a pendenza ormai bassa, di un immediato recapito.

Prima che l’uomo impostasse le sue sistemazioni idrauliche, le acque della falda settentrionale vesuviana contribuirono, unitamente a quelle provenienti dall’arco preappenninico, ad instaurare e conservare un regime palustre lungo l’arco di gronda pedemontano del Somma.

La canalizzazione dei « Regi Lagni », che lambisce tangenzialmente la circonferenza di base del cono vesuviano, ha consentito di recepire le acque di quel settore centrale di falda ubicato a cavaliere del punto di tangenza, sopperendo così al difetto di recapito ma non a quello di pendenza. Al difetto di pendenza si ovviò talvolta, indirettamente, inse¬ rendo qualche vasca di sedimentazione e laminazione a monte dei tratti terminali ; tratti che furono così chiamati a convogliare acque preventi¬ vamente chiarificate e regimate.

I corsi d’acqua di questo settore fanno capo quindi ai Regi Lagni :

direttamente, come il torrente Spirito Santo ;

a mezzo del a lagno Campagna », che raccoglie le acque dei tor¬ renti Casaferro e S, Sossio (quest’ultimo costituito, a sua volta, dalla con¬ fluenza dei torrenti Purgatorio e Leone) ;

a mezzo del collettore Alberolungo, che raccoglie le acque dei torrenti Piazzolla-Rosario, S, Teresa, Costantinopoli e Macedonio.

Per quanto concerne i due settori laterali a cavaliere del prece¬ dente, poiché, con l’allontanamento dal punto di tangenza, la distanza dai Regi Lagni aumentava oltre ogni ragionevole limite di riduzione di pendenza, furono adottate due soluzioni diverse a secondo della ri¬ spettiva distanza di ciascun settore dal mare.

I torrenti del settore distale ( Camaldoli, Pepparulo, Palomba e S. Leonardo) furono dotati di un recapito artificiale costituito da altret¬ tante vasche di assorbimento.

Essendo svincolati dal recapito marino, la posizione di queste va-

li¬

sche potè essere approssimativamente ubicata a quella progressiva della generatrice del cono che tagliava fuori, isolandolo a valle, il tratto terminale a bassa pendenza, risolvendo così, simultaneamente, sia pure in maniera non del tutto soddisfacente, il problema del recapito e quello della pendenza.

I torrenti del settore prossimale ( Pollena, Maddalena, Molare e Faraone, escluso lo Zazzera la cui posizione ancora distale impose, anche qui, la costituzione di un recapito artificiale nella vasca Tamburriello), furono intercettati da un canale pedemontano ( canale diversivo degli alvei di Pollena) che convoglia a mare le acque in corrispondenza del¬ l’abitato di San Giovanni a Teduccio.

Questo canale di gronda, separando la falda acclive dalla depres¬ sione di Napoli e Volla, intercetta tutte le torbide montane provenienti dalla sua sinistra idraulica ed impedisce loro di raggiungere quelle an¬ tiche paludi i cui colatoi, a bassa pendenza, possono smaltire solo acque prevalentemente drenate.

Gli eventi calamitosi che hanno interessato questi bacini sono con¬ sistiti essenzialmente nelle eruzioni vesuviane del 1906 e del 1944.

Le colate laviche hanno spesso sepolto alvei ed intere vasche di sedimentazione e di assorbimento spostando talvolta le linee di impluvio e di displuvio con conseguente mutamento dell’idrologia superficiale.

Ai depositi eolici di materiali eiettizi che avevano interrito, pressoc- chè istantaneamente, gli alvei si suecedevano i depositi alluvionali dei torrenti di fango generati dalla fluitazione dei prodotti sciolti ad opera delle acque temporalesche che solitamente accompagnano le eruzioni.

Soltanto la repentina scomparsa o paralisi di un sistema scolante può fornire l’esatta misura della funzione del medesimo.

6. Lavori eseguiti o in corso.

Come si legge nel volume del « Piano regolatore delle bonifiche » pubblicato dal Ministero dei Lavori Pubblici nell’anno 1917, la « boni¬ fica )) della zona vesuviana « fu iniziata fin dai primi anni del decorso secolo e vi provvedevano i Comuni interessati con l’esecuzione di lavori saltuarii tenendo di mira esclusivamente gli interessi locali e cercando di risolvere simultaneamente i problemi della viabilità e dello scolo delle acque. Dal 1855 vi provvide lo Stato prima con i rescritti 11 mag¬ gio 1855 e 28 luglio 1859, emanate dall’antico Governo Napolitano,

12

poscia con le attuali leggi 25 giugno 1888 e 18 giugno 1899 integrate da quelle 22 marzo 1900 n. 195 (testo unico) » . . . . « Appena venne l’eruzione (vesuviana) e prima aneora della legge 19 luglio 1906, furono, a cura dei Ministeri dei Lavori Pubblici e dell’Agricoltura, iniziati i lavori di difesa o di ripristino così forestali come idraulici ».

Successivamente, con la suddetta legge 1906 e seguenti, lo Stato ha continuato ad effettuare interventi saltuari e prevalentemente manu¬ tentori! e ciò perchè, conseguita la bonifica dal punto di vista igienico- sanitario, ci si preoccupò soltanto di conservare tale risultato differendo quel conseguimento di ulteriori possibilità economico-sociali realizzabile attraverso una più completa sistemazione idraulica.

7. Problemi principali dei bacini.

Come eonseguenza dei mutamenti morfologici prodotti dalle eru¬ zioni vesuviane del 1906 e del 1944, parte della preesistente sistema¬ zione montana ha perduto ogni funzionalità.

La doppia pendenza trasversale dei preesistenti valloni ha fatto convergere, verso queste direttrici preferenziali, il convogliamento dei nuovi materiali sciolti che, capaci di scoscendere anche in assenza di un veicolo liquido (vedere § 4), hanno spesso elevato la pendenza dei profili fino ad un valore massimo eorrispondente al proprio angolo di attrito interno.

Scomparsa così la gradonatura dei profili precedentemente realiz¬ zata, numerose briglie sono risultate completamente sepolte da tali ma¬ teriali o ridotte al ruolo di muri di sottoscarpa.

Ovviamente la pendenza eorrispondente alla condizione di equi¬ librio limite rende estremamente instabili questi materiali sciolti che, rapidamente erosi, vengono fluitati a valle dove si ritrovano gli effetti di questi squilibri montani.

La sistemazione idraulica della parte montana si identifica quindi col fissaggio delle grandi falde di detrito secco che ammantano il (( gran cono ».

Sui versanti questo problema è esclusivamente di natura forestale identificandosi esso con la scelta ed impianto di quella particolare essenza rustica capace di attecchire sul macereto.

Lungo le incisioni torrentizie la trattenuta dei materiali richiede

13

opere trasversali elastiche capaci di adattarsi allo scorrimento del ma¬ cereto cioè briglie a gabbionate.

A valle del macereto, le categorie di opere necessarie al completa¬ mento della sistemazione idraulica delle aste medie dei torrenti non esulano dallo schema tradizionale che, procedendo da monte, prevede la costruzione o ricostruzione di briglie e, più a valle, negli alvei-strada, catene di fondo e tratti di muri spondali tendenti ad evitare il tra¬ sporto solido trasversale.

Sia la sistemazione della parte montana che quella della parte intermedia richiedono quindi una propria soluzione comune ad en¬ trambe le falde.

Diversa è invece la soluzione richiesta dalla parte valliva a secondo che si tratti della sistemazione della falda meridionale o di quella settentrionale.

Per quanto concerne infatti la falda meridionale, la buona pen¬ denza, che consente di smaltire rapidamente le torbide, richiede, in contropartita, integrazioni e manutenzioni delle opere di difesa del fondo e delle sponde degli alvei che vengono facilmente attaccate dalla vio¬ lenza delle acque cariche di detrito lapideo a spigoli vivi.

Il versante costiero, già densamente popolato, ha recentemente su¬ bito un notevole sviluppo per cui molti tratti terminali dei corsi d’ac¬ qua, nell’attraversare gli abitati, sono stati necessariamente coperti.

La necessità di smaltire rapidamente le torbide attraverso sezioni spesso ristrette, siano esse coperte o non, comporta la necessità di conti¬ nuare a contare sui buoni valori della pendenza esistente anche a costo di difendersi, costantemente, dall’erosione.

La sistemazione delle aste vallive della falda meridionale si ridurrà quindi a contenere i fenomeni erosivi mediante revisione ed integrazione delle difese spondali e della pavimentazione di fondo.

Laddove però, nelFattraversare gli abitati, gli alvei furono dappri¬ ma ristretti tra sponde anguste e successivamente dotati di vasche di espansione e di laminazione, inserite a monte degli abitati stessi per evitar loro i pericoli della tracimazione o della circolazione forzata, la sistemazione delle aste vallive dovrà essere ovviamente accompagnata da vigili e tempestivi espurghi manutentorii di dette vasche.

È il caso delle vasche « Buongiovanni » e « Fosso Grande » inse¬ rite rispettivamente nel eorso del torrente omonimo e del torrente Farina, a protezione degli abitati di San Giovanni a Teduccio e di San Giorgio a Cremano, nonché delle vasche « Carotenuto », « Balzani », « Tuccillo »

14

e (( Penniniello », tutte inserite lungo il corso dell’alveo-strada « Promi¬ scuo », a protezione degli abitati di Boscoreale, Boscotrecase e Torre Annunziata.

Per quanto concerne invece la falda settentrionale, quello eccesso di accumulo di materiali sciolti esteso alle più lontane ed attenuate pen¬ dici, vi ha localizzato, conseguentemente, un elevato potere assorbente ed una bassa pendenza dei versanti.

Elevato potere assorbente e bassa pendenza fanno che i mate¬ riali di trasporto, privati del loro veicolo liquido, diano luogo ad inter¬ rimenti che, procedendo da monte a valle, riducono progressivamente la sezione idrica degli alvei conferendo loro un aspetto imbutiforme. A questo punto sembrerebbe che, una volta realizzate le previste opere di trattenuta medio-montana ed espurgati gli alvei vallivi nonché le vasche di assorbimento o di sedimentazione, sia per determinarvi una certa « chiamata allo sbocco » sia per evitare un eventuale interrimento regressivo da valle verso monte, non dovrebbero più verificarsi interri¬ menti del genere a meno che non dovessero verificarsi ulteriori eruzioni vesuviane.

In realtà se da un lato è tecnicamente ed economicamente impos¬ sibile impostare una sistemazione idraulica in funzione di tali eventi, imprevedibili nei loro effetti e quindi nelle opere atte a fronteggiarli, è pur vero che le recenti alluvioni delFautunno 1966 hanno richiamato Fattenzione su altro tipo di eventi i cui effetti sono più prevedibili e quindi più fronteggiabili.

Evince cioè la necessità di impostare le sistemazioni idrauliche in funzione di maggiori portate critiche adottando soluzioni integrate atte ad assicurare il funzionamento delFintero sistema scolante anche in difetto di funzionamento di una parte di esso prescindendo compieta- mente dalFaffidamento sulla tempestività di interventi manutentorii.

Tenuto conto infatti che, per la loro natura sabbioso-lapidea, i materiali di copertura del vulcano sono pressoché privi di coesione interna, potrebbero verificarsi precipitazioni a carattere eccezionale ca¬ paci di « saturare » e superare, con i relativi trasporti solidi, il potere di trattenuta delle opere da realizzare riproducendo effetti simili, dal punto di vista idraulico, a quelli prodotti delle eruzioni vesuviane.

Sembra opportuno a questo punto effettuare una breve rassegna delle soluzioni più o meno atte ad assicurare un certo smaltimento delle portate solide in caso di ridotto funzionamento delle opere di trat¬ tenuta medio-montana, indicando anche i limiti di ciascuna soluzione.

15

Nel caso di ridotto funzionamento delle opere di trattenuta, la restrizione imbutiforme degli alvei, da monte a valle, si verifica già nei tratti a monte delle vasche cioè prima ancora che le portate solide abbiano raggiunto la predisposta destinazione.

7. 1. ~ A tale restrizione sembrerebbe, in prima approssimazione, potersi ovviare con un unico accorgimento capace di correggerne, simul¬ taneamente, entrambe le cause.

L’impermeabilizzazione dei tratti di alvei interessati neutralizze¬ rebbe infatti, di per se stessa, il potere assorbente e, attraverso la ridu¬ zione degli attriti, compenserebbe indirettamente il difetto di pendenza soprattutto nei confronti del trasporto di fondo.

In realtà tale accorgimento non può essere adottato sistematica- mente senza incorrere in uno squilibrio delle portate liquide perchè la portata freatica, che giunge ai Regi Lagni modulata dalla filtrazione, si ridurrebbe a favore di quella superficiale che, oltre a non essere mo¬ dulata come la precedente, usufruirebbe anche della migliorata velocità di deflusso in alvei rivestiti subendo così aumenti di portate e riduzione dei tempi di corrivazione.

Al costo dell’impermeabilizzazione si aggiungerebbe così, a secondo del recapito, il costo del maggior dimensionamento delle vasche di assor¬ bimento o delle vasche di sedimentazione e successivi colatoi di pianura dove, peraltro, il potere assorbente è notevolmente ridotto dalla pre¬ senza di limi sottili che, caratterizzando il fondo alveo e l’origine palustre di quelle pianure, riducono il coefficiente di permeabilità.

7. 2. - Una soluzione più semplice ed economica potrebbe forse consistere nell’introduzione di una seconda vasca (o ridimensionamento ove già esiste) all’inizio della restrizione imbutiforme di ciascun alveo.

In tal modo la vasca introdotta a monte assumerebbe prevalente¬ mente la funzione di vasca per la sedimentazione del trasporto di fondo mentre quella già esistente (o da costruire) a valle assumerebbe preva¬ lentemente la funzione di vasca per la sedimentazione del trasporto in sospensione, a parte la funzione laminatrice che, nel caso di recapito nei Regi Lagni o nel canale Pollena, sarebbe comune ad entrambe le vasche.

7.3. - Una variante della precedente soluzione potrebbe consistere nell’estendere anche ai due settori tributarii del mare ( attraverso i

16

Regi Lagni o attraverso il canale Pollena) la soluzione del recapito artificiale già adottato per il settore non tributario.

Ciò potrebbe essere realizzato aumentando opportunamente l’esten¬ sione delle due vasche suddette in modo che l’aumento della capacità di invaso venga ottenuto attraverso un aumento della superficie assor¬ bente ed evaporante tale da sopperire all’intero travaso nei Regi Lagni od a buona parte di esso qualora dovesse risultare più conveniente relegare gli emissarii delle vasche alla funzione di scolmatori delle sole piene eccezionali.

7.4. - È da considerare infine la possibilità, apparentemente più costosa, di risolvere il problema delle aste valli ve della falda setten¬ trionale con la soluzione radicale di tagliarle fuori, previa decantazione in vasche ubicate alla base delle ramificazioni medio-montane, intercet¬ tandole con un canale di gronda che avvolga l’intero cono vulcanico e scarichi a mare ai due estremi. Questo canale dovrebbe quindi seguire la traccia di una opportuna sezione conica dalla cui inclinazione dipen¬ derebbe non solo la capacità di smaltimento della frazione solida, even- ttualmente eccedente dalla preventiva decantazione, ma anche l’esten¬ sione delle due parti di falda rispettivamente sottesa a monte ed esclusa a valle.

Qualora quest’unica sezione conica, pendente da N.E. a S.W., non dovesse assicurare un’idonea pendenza si potrebbe sempre ricorrere, in sostituzione, ai rami più idonei di distinte sezioni coniche diversa- mente inclinate.

Il costo di tale canale, della lunghezza di circa 30 Km, verrebbe notevolmente ridotto, se non addirittura compensato, dalle seguenti eco¬ nomie derivanti dalla sua adozione :

annullamento dei costi della sistemazione delle aste e vasche vallive ;

riduzione del dimensionamento o del franco di sicurezza della sezione idrica dei Regi Lagni per sottrazione delle portate vesuviane ;

riduzione, a meno della metà, del costo dello svincolo della viabilità locale dallo scolo delle acque.

Tale ultimo beneficio richiama infatti un importantissimo pro¬ blema dei bacini vesuviani consistente appunto nella necessità di svin¬ colare completamente buona parte della viabilità locale dallo scolo delle acque ; funzioni troppo spesso fuse, da antica data, nella soluzione promiscua dei cosiddetti alvei-strada.

17

7. 5. - A conclusione della rassegna effettuata sulle soluzioni e relativi limiti occorre richiamare l’attenzione sul fatto che qualsiasi soluzione della sistemazione idraulica delle aste vallive della falda set¬ tentrionale del Somma- Vesuvio dovrà essere studiata nel contesto del

bilancio idrico sia superficiale che freatico dell’intera piana dei Regi Lagni tenendo conto di quanto segue.

7. 5. 1. - Portate superficiali dei Regi Lagni.

Potranno diminuire per effetto :

a) di una eventuale deviazione delle portate dei torrenti del

Nolano ( Sasso- Avella, Gaudo e Quindici) per le quali sussisterebbe una certa tendenza all’intercettazione mediante un canale pedemontano che dovrebbe immetterle, previo percorso in galleria, in un affluente di sinistra del fiume Volturno, cioè Piscierò;

b) di una eventuale sottrazione delle portate dei torrenti del

settore centrale della falda settentrionale del Somma- Vesuvio per im¬ missione in vasche assorbenti o per deviazione nel golfo di Napoli

come precedentemente esposto ai punti 7. 3 e 7.4.

Potranno aumentare per effetto :

a) delle immissioni che vi saranno praticate sotto forma di sca¬ richi degli insediamenti industriali ed umani ivi previsti dai piani di assetto territoriale ;

b) della impermeabilizzazione cui andranno soggette estese su- perfici di detti insediamenti.

7.5.2. - Portata freatica della piana dei Regi Lagni.

Potrà diminuire per effetto:

a) degli emungimenti che verranno praticati dai previsti inse¬ diamenti ;

b) del mancato impinguamento :

in corrispondenza delle superbe! che verranno impermeabilizzate ;

in conseguenza dell’eventuale citata deviazione delle portate no¬ lane e vesuviane [7. 5. 1. - a) e 7.4.}.

Potrà aumentare per effetto dell’eventuale citata immissione in vasche assorbenti delle portate vesuviane (7. 3).

È quindi ovvio che una variazione delle portate superficiali dei Regi Lagni avverrebbe, quasi sempre, a spese della portata freatica e quindi del livello della relativa falda ; variazione che, se spinta oltre un

2

18

certo limite, può comportare influenze dannose sia agli insediamenti che

all’agricoltura.

Sappiamo infatti ( Terzaghi-Peck) che uno strato di terreno im¬ merso in una falda esercita, su di un piano orizzontale di riferimento posto ad una certa profondità sotto la superficie libera della falda, una forza peso ( pressione normale) data dalla somma :

di una pressione idrostatica trasmessa unicamente attraverso l’ac¬ qua interstiziale e pari a quella che si otterrebbe se l’intero strato fosse occupato dalla sola acqua ( pressione neutra) ;

di una pressione litostatica trasmessa unicamente attraverso i punti di reciproco contatto tra i varii granuli (pressione effettiva) e pari al peso di tutti i granuli dello strato alleggeriti da una sottospinta di galleggiamento pari alla pressione idrostatica o pressione neutra.

Una depressione freatica si identifica dunque con una riduzione della pressione neutra e della sottospinta e comporta quindi un identico aumento della pressione effettiva che sola interessa la portanza di un terreno.

Una depressione freatica equivale dunque alla imposizione di un sovraccarico uniformemente ripartito sulla intera superficie topografica interessata e precisamente, nella fattispecie, ogni metro di abbassamento della falda equivale alla imposizione di un sovraccarico di una tonnellata per ogni metro quadrato dell’intera pianura dei Regi Lagni.

È noto che tale evenienza potrebbe condurre a fenomeni di subsi¬ denza pericolosi per i manufatti degli insediamenti.

In caso di innalzamento freatico potrebbe invece determinarsi una condizione di umidità dannosa sia ai fabbricati che alla relativa abitabilità se non persino al clima della pianura.

Per quanto concerne infine l’agricoltura, una depressione freatica potrebbe determinare uno spostamento dalle ricche colture ortive a quelle più povere dei terreni asciutti, mentre un innalzamento freatico potrebbe ridurre il franco colturale fino a determinare la marcescibilità di deter¬ minate colture.

La regolazione del livello freatico può essere ovviamente realizzata attraverso la regolazione del potere drenante dei Regi Lagni cioè attra¬ verso un opportuno dimensionamento della sua sezione idrica.

Se infatti bisognerà tener conto della condizione che la sezione scolante deve poter garantire lo smaltimento della somma di due portate caratteristiche : quella superficiale, corrispondente alle maggiori portate critiche, e quella freatica, corrispondente alla portata ottimale, si dovrà

19

tener conto, tra l’altro, della condizione che lo sviluppo del con¬ torno drenante o la forma della sezione, allargata o approfondita per modificare il gradiente di permeazione, devono poter garantire il conte¬ nimento del drenaggio entro limiti ammissibili.

In tale soluzione, il dimensionamento della sezione idrica dei Regi Lagni risulterà dunque condizionato dalla sottrazione o meno delle por¬ tate nolane e vesuviane e, nell’affermativa, risulterà ancora condizionato non solo dal tipo di tale sottrazione, cioè daU’immissione in falda od in canali pedemontani, ma anche dalla eventuale funzione deviatrice o scol- matrice dei pedemontani stessi.

8. Conclusione.

8.1.1. - U assetto morfologico del Somma- Vesuvio evidenzia:

che la generatrice del cono vulcanico è costituito da un profilo a pendenza decrescente da monte verso valle cioè da un profilo caratte¬ rizzato da una concavità rivolta verso l’alto ;

una generale sproporzione tra i volumi avviluppati dalle due falde coniche: quella di N.E., prospiciente il retroterra e quella di S.W. prospiciente il mare. Questa sproporzione è determinata da una asimmetrica distribuzione dei prodotti sciolti che, eiettati nel corso delle varie eruzioni vulcaniche, si depositarono più abbondantemente sul versante di N.E. che non su quello di S.W.;

l’assenza deH’immediato sfocio a mare per le acque del ver¬ sante di N.E..

8. 1. 2. - La costituzione litologica del Somma- Vesuvio evidenzia la presenza di potenti coltri di « detrito secco » e sabbie sciolte che :

ammantano i versanti medio-montani dell’intero rilievo ;

si estendono, sul versante di N.E., anche alle più lontane ed attenuate pendici.

8. 1. 3. - Queste caratteristiche (8.1.1. - 8.1.2.)

pongono l’arduo problema del fissaggio delle coltri medio¬ montane, di detrito secco e sabbia sciolta, per contenere la franosità ed erodibilità dei versanti ;

localizzano nella fascia circumbasale di N.E., accanto all’elevato potere assorbente comune ai predetti versanti, una pendenza insuffi-

20

ciente per il deflusso delle torbide ad elevato trasporto solido differen¬ ziando, profondamente, la idrologia di questa fascia per una difficoltà di deflusso praticamente assente nella fascia di S.W.„

8. 2. - Se questi sono in sintesi i problemi delFidrogeologia del Somma- Vesuvio, ben più complessi sono invece i problemi che la pre¬ senza stessa di questo rilievo pone alla idrogeologia della retrostante pianura campana.

Se ci rifacciamo a quel momento imprecisato del Pleistocene superiore allorché, sulla spiaggia di una pianura alluvionale che si sviluppava a spese delFerosione dell’arco calcareo-dolomitico dei Preap¬ pennini, nasceva, dalle eruzioni vulcaniche, un rilievo di tutt’altra co¬ stituzione litologica ;

se ripercorriamo tutto il tempo successivo durante il quale questo rilievo si accresceva ;

si comprenderà quale grosso problema idrogeologico pose questo vulcano che veniva a tagliare la strada ai corsi d’acqua che solcavano la pianura allungandosi con essa.

Mentre cresceva il vulcano, la pianura cresceva più rapidamente di prima perchè ai precedenti depositi alluvionali si aggiungevano i nuovi depositi eolici delle eruzioni vulcaniche e si aggiungevano o si sostituivano i nuovi depositi alluvionali prodotti a spese dei più erodibili depositi eolici che andavano ammantando sia i rilievi calcareo-dolomitici che, lo stesso Somma.

Aumentando gradualmente di mole, il vulcano deviava sempre più verso l’alto i venti caldi marini, carichi di vapor d’acqua, fino a spin¬ gerli nelle fasce altimetriche di minore temperatura e maggiore conden¬ sazione. Ad una piatta estensione di pianura a minore piovosità si an¬ dava cosi sostituendo un crescente rilievo a crescente piovosità.

Ad una rete idrografica fluente dal retroterra verso il mare si andava sovrapponendo, localmente, una nascente rete fluente in senso opposto e cioè quella del versante N.E. del crescente Somma.

La rete preesistente perdeva il suo sfocio e la nuova ne cercava invano uno proprio.

Si aggiunga infine che l’abbondanza di prodotti sciolti del versante di N.E. alimenta, con il suo elevato potere assorbente, una potente falda freatica fluente anch’essa in senso opposto a quella della pianura cam¬ pana e che l’incontro delle due falde luogo ad un reciproco rigurgito.

Acque superficiali prive di scolo ed acque freatiche rigurgitate

21

davano vita, lungo l’arco di gronda pedemontano del Somma, ad una ca¬ tena di paludi che, dagli orti di Schito, attraverso l’agro Sarnese e Nocerino, l’agro Nolano, il Boscofangone ed il pantano Acerrano, andava fino alle paludi di Napoli e Volla.

In una economia prevalentemente agricola ed alla luce delle cogni¬ zioni della sua epoca sulla convenienza o meno di determinate scelte, l’uomo scelse di anticipare il suo possesso su queste terre senza attendere che a ciò provvedesse la natura con le sue colmate spontanee.

Per guadagnarsela egli ha dovuto battere due strade opposte a quelle che avrebbe seguito l’evoluzione geomorfologica:

A) Prosciugare i bacini palustri svuotandoli anziché colmandoli.

Venivano così a mancare quelle grandi distese di acqua che, con

la loro massa e con la loro immobilità, avrebbero smorzato l’impeto delle torbide torrentizie imponendo loro di sedimentare proprio in quei bacini che sarebbe occorso colmare.

Per realizzare questo svuotamento, contrario al processo naturale, l’uomo ha dovuto inoltre anticipare la scelta della direttrice scolante ricalcando, con la canalizzazione dei Regi Lagni, quella linea di im¬ pluvio che la topografia attuale gli offriva e cioè una linea più lunga e faticosa di quella che la natura, col tempo, gli avrebbe potuto allestire migliorando, con le sue colmate spontanee, la pendenza dei due archi di gronda pedemontana.

B) Ostacolare l’erosione dei bacini montani ed il conseguente trasporto solido.

Occorreva infatti impedire che i materiali di trasporto, privati or¬ mai dei bacini di sedimentazione palustre, sedimentassero invece nella canalizzazione di scolo e di drenaggio intasandola fino a tracimare e, alluvionando quei bacini guadagnati all’agricoltura, riproponessero la soppressa colmata spontanea.

Per ostacolare l’erosione l’uomo ha dovuto imbrigliare le ramifica¬ zioni apicali dei torrenti anche se questa pratica ha bloccato la forma¬ zione delle pianure alluvionali e, laddove l’apporto torrentizio si batte con l’asportazione marina, sia suonato l’allarme del mancato ripasci- mento delle spiagge.

Qualunque sia stata la convenienza o meno di questa scelta, sta di fatto che ormai essa ha dato vita ad una nuova realtà dalla quale non si può più prescindere specialmente laddove il nuovo assetto terri¬ toriale ha destinato queste terre a particolari insediamenti produttivi.

Si deve quindi concludere che è proprio la rivalutazione della

destinazione di queste terre che impone all’uomo non solo di conti¬ nuare questa lotta, che un giorno egli intentò a quel processo naturale di bonifica che pende sempre sul suo capo, ma di continuarla con un congruo margine di sicurezza anziché, come ha fatto finora, ai margini della propria sconfitta.

BIBLIOGRAFIA

Ministero dei Lavori Pubblici, 1917 - Piani regolatori delle bonifiche. Voi. 1°.

Stabilimento Tipo-litografico del Genio Civile, Roma.

Rittmann a., 1967 - I vulcani e la loro attività. Cappelli editore, Rocca San Ca- sciano.

Rittmann A. e Ippolito F., 1947 - Sulla stratigrafia del Somma-V esuvio. Atti Fond.

Politecnica del Mezzogiorno, voi. Ili, Napoli.

Romiti G, e A., 1961 Sistemazioni dei bacini montani. U.T.E.T., Torino. ScHEiDEGGER A. E., 1961 - Tlieoreticol geomorfology. Springer-Verlag. Berlin-Gdttin- gen-Heidelberg.

Terzaghi K., Peck R. B., 1967 - Soil Mechanics in Engineering Practice. John Wiley & Sons Ine., New York-London-Sydney.

Todd D. K., 1964 - Ground water hydrology. John Wiley & Sons Ine., New York- London-Sydney.

Valentini C., 1930 - Sistemazioni dei torrenti e dei bacini montani. Hoepli, Milano.

Licenziato alle stampe il 25 giugno 1972.

Boll. Soc. Natur. in Napoli

voi. 81, 1972, pp. 23-29, 1 tab., 5 figg.

Nuovo rinvenimento Marìaiite nei Campi Flegrei ( Monte di Precida )

Nota di AUGUSTO SENNO

presentata dai soci ANTONIO SCHERILLO e RENATO SINNO (Tornata del 28 aprile 1972)

Riassunto. Si comunica un nuovo ritrovamento di Marialite nei Campi Flegrei (Monte di Precida). La sua identità è stata riconosciuta attraverso la diffrazione

ai raggi X.

I cristalli hanno dimensione media di cinque mm. e sono di un colore grigio- verdastro.

Abstract. In this paper thè autor announce thè new disco very of « Maria- lite » in thè Phlegrean Fields (localitys mount of Precida). The identity of this minerai has been recognaized with X-ray diffractions methods.

The cristals bave thè size of about fi ve mm. and are pale greenish coloured.

La zona sud-orientale di Monte di Precida, denominata Monte Grillo, raggiunge nel suo punto di massima altezza la quota di 145 metri (fig. 1); è delimitata verso mare da ripide pareti alla cui base corre una stretta spiaggia.

La serie del monte Grillo (ViGHi, 1950) è formata dalla base fino alla sommità da una sequenza di strati di scorie e pomici di grandezza variabilissima e a spigoli vivi, cui si alternano più o meno regolar¬ mente livelli di ceneri (fig. 2).

Nella parte basale del complesso questi prodotti sono stati tra¬ sformati secondariamente per processi di zeolitizzazione in litoidi, con¬ ferendo alFinsieme una colorazione giallastra.

Questa trasformazione secondaria ha interessato soltanto la parte basale della serie del monte Grillo ; essa va gradualmente diminuendo di intensità sia verticalmente che lateralmente, in modo che attualmente si osserva un passaggio laterale verso prodotti non trasformati.

24

A tetto della serie poggia, in discordanza, una formazione tipo « Breccia Museo » ; questa è poligenica e i blocchi che la costitui¬ scono hanno dimensioni che raggiungono anche un metro di dia¬ metro, ma che mediamente hanno un diametro intorno ai trenta- sessanta centimetri.

ùiiSr/tttir

Fig. 1. Dai tipi deiri.G.M., fg. 184, III NO, M. di Precida, aut. 555 del 4-5-1972).

Litologicamente è una breccia senza matrice con elementi subar¬ rotondati, quasi a contatto, che nell’insieme simulano un andamento stratoide.

I blocchi sono di varia natura, da lavici ad ossidianici, a cui si aggiungono blocchi scoriacei e pomicei che spesso aU’esterno presen¬ tano una crosta ossidianica in conseguenza della velocità di raffred¬ damento e dell’alta viscosità del vetro e assumono un aspetto a a cro¬ sta di pane »,

In questa zona abbastanza interessante dal punto di vista mine¬ ralogico, ho compiuto varie volte escursioni raccogliendo campioni di minerali.

25

È proprio durante una delle ultime escursioni effettuate nel mese di marzo del 1972, raggiungendo il monte Grillo dal basso, che ho potuto notare che una parte dello stesso era franato verso il mare

per una discreta estensione (fig. 3).

Fig. 2. Monte Grillo e sullo sfondo il Capo Miseno.

Ho potuto risalire la frana costituita in prevalenza di sole pomici, per una trentina di metri, e tra i vari blocchi franati più o meno grandi e consistenti ho raccolto un campione sulla cui superficie vacuolare erano disposti in discreta quantità dei cristallini di colore grigio-verda¬ stro (fig. 4).

I cristalli osservati al microscopio binoculare mostrano un colore verde chiaro e in alcuni punti anche una discreta trasparenza. L’habitus è delimitato da prismi allungati ;■ la lunghezza calcolata per alcuni esemplari oscilla tra i tre ed i nove millimetri, mentre il diametro

26

misurato su una sezione equatoriale non ha superato i due millime-

tri (fig. 5).

L’esame ai raggi X ha fornito lo spettro continuo della Marialite.

Fig. 3. Le ripide pareti del M. Grillo con parte del materiale franato.

In tabella si riportano le distanze reticolari ottenute per la Maria- lite di monte Grillo, le distanze reticolari di un campione di Marialite del British Museum secondo i valori della A.S.T.M., di un campione di Meionite, da Bolton, Massachussets, sempre secondo l’A.S.T.M., e di un campione di Mizzonite del Vesuvio.

~ 27

Dalla perfetta concordanza degli spettri del campione di monte Grillo e della Marialite A.S.T.M., se ne deduce che i cristalli in studio sono costituiti da una fase mineralogica cui corrisponde la formula chimica Nag [(CI2 , SO4 , CO3) (Al Sig Og)6} (Strunz, 1966).

Fig. 4. Il campione pomiceo con i cristalli di Marialite.

A differenza della Meionite, che è molto ben rappresentata nei proietti calcarei del monte Somma (Scherillo, 1935), e che è un tipico prodotto del metamorfismo di contatto, la genesi della Marialite è legata ad un processo che involve l’azione dei componenti volatili (Smith e Dickson, 1965) ad alta temperatura (Eugster e Prostra, 1960).

Il rinvenimento di questo minerale è abbastanza singolare per la

28

zona dei Campi Flegrei ; infatti in precedenza alcuni esemplari sono stati rinvenuti da A. Scacchi nella formazione del piperno di Pianura (Napoli), come ci viene riferito dallo Zambonini nelle pagine della sua Mineralogia Vesuviana.

TABELLA l‘

Ma

M.

I/Io

rialite

Grillo

A"

Marialite

A.S.T.M.

I/Io

Meionite

A.S.T.M.

I/Io

Mizzonite

Vesuvio

I/Io

md

8.48

40

8.49

d

13.68

md

6.20

40

6.16

60

6.20

d

8.66

d

4.27

70

4.24

40

4.35

d

7.15

mf

3.79

90

3.78

70

3.87

d

6.18

f

3.44

100

3.44

100

3.47

d

5.98

f

3.04

100

3.03

100

3.08

dd

4.31

d

2.84

40

2.84

mf

3.78

mf

2.70

90

2.68

80

2.73

mf

3.51

d

2.53

20

2.52

40

2.55

f

3.42

md

2.30

70

2.29

40

2.36

f

3.07

d

2.19

20

2.19

50

2.29

m

3.00

md

2.13

70

2.12

70

2.14

m

2.72

md

2.00

70

1.99

100

2.07

mf

2.67

mf

1.91

90

1.80

60

2.01

m

2.30

d

1.81

60

1.81

80

1.91

m

2.13

d

1.70

40

1.69

40

1.83

m

2.00

d

1.67

20

1.66

40

1.76

mf

1.91

d

1.62

30

1.61

50

1.74

m

1.89

d

1.55

60

1.55

20

1.68

md

1.71

d

1.50

40

1.50

20

1.64

d

1.59

d

1.46

70

1.45

40

1.60

m

1.56

d

1.42

70

1.41

60

1.56

md

1.51

md

1.38

40

1.37

60

1.52

md

1.43

md

1.36

70

1.36

60

1.47

d

1.40

d

1.31

40

1.31

60

1.43

mf

1.36

d

1.28

40

1.28

80

1.37

md

1.32

Essi inoltre non sono largamente rappresentati nella collezione del museo di Mineralogia di Napoli.

Questo nuovo ritrovamento, che segnaliamo, considerando la di¬ screta abbondanza, può essere in seguito oggetto di ulterior i studi mineralogici.

Istituto di Mineralogia di Napoli, aprile 1972.

BIBLIOGRAFIA

A.S.T.M.

Eugster H, e Prostra J., I960 - Synthetic Scapolites. GeoL Soc. Am. Bull., voi. 71, 12, pt. 2 1859-1860.

I. G. M. - Foglio M. di Procida 184, 111 NO.

Scacchi A. - Catalogo dei minerali e delle rocce vesuviane,

ScHERiLLo A., 1935 - La Meionite del Somma-Vesuvio. Period. Miner., anno VI, 3. Smith R. L. e Dickson K. 0., 1965 - Scapolite related to Chlorine release inbadelier tuff. New Mexico. U. S. GeoL Survey Prof. Paper, 525-a, p.a. 149.

Strunz U., 1966 - Minoralo gische Tabellen.

Vichi L., 1950 - Rilevamento geologico della zona a sud del parallelo di Baia e della zona di Nisida, Coroglio e Trentaremi, nei Campi Flegrei. Boll. Soc. Geol. ItaL, LXIX.

Zambonini F., 1935 - Mineralogia Vesuviana, II edizione.

Licenziato alle stampe il 25 giugno 1972.

’' ' ')■!>■

-i-V

■<.À - ' k

'■^'S’ (jt<i-. . vt' '. ',

' ' V i ® I

J|,, .US; 4. A

jf”"' '

^'i®' fl'!Ktj.wìii,F j ■4

w

<i}l

i : ■■{■

¥-n

’-'l ■,•“

l.tfiif

ìt^'

W-

i,.

-m^

fife-

.'P*

ètìf'

m

i&^i

Jlif.?. :■'■.■ .'A’I

r:^

éiV'it:

•1»^

;v‘i*

71

'' >

M

11;^ ,..,

1'

UÌ''{^:im

^.W' t IS

'{Irte- l' ì

., f «fi j■■|

1!.:^;!^: y^t i'i..

m

s»<-w

h'i^.

I 4v^ (

•'!v:'j

é. m

ÌM

:'A^. , ■'■ ■' ^ : :"■ '’■' ■■=''-■ "'-l

-■* tj '''t^^*‘'=l:.."‘i;i^-'’''l''‘‘- V>riì'ii. 4

, ftta/.'U «r-

f^'.' ,■: '-i

5-.^v^ ' -s

<,rk‘

,;' ' t'.;, '' ■'!''/

b'^pfési

::n- "".t

. ^

Boll. Soc. Natur. in Napoli

voi. 81, 1972, pp, 31-50, 3 tabb., 13 figg., 1 tav.

Il cono di scorie eccentrico di Sesto Campano (Isernia) (Vulcano di Roccamonfina )

Nota del Socio PIO DI GIROLAMO (Adunanza del 28 gennaio 1972)

Riassunto. È stato eseguito il rilevamento e lo studio petrochimico dei pro¬ dotti scoriacei presenti nei calcari del Cretacico-Paleocene di Sesto Campano (Isernia). Tali vulcaniti, tefritiche leucitiche oliviniche, rappresentano il condotto di un cono di scorie, periferico al Vulcano di Roccamonfina, formatosi probabilmente nel Plei¬ stocene e ora completamente eroso.

L’ascesa del magma è in relazione soprattutto con una faglia appenninica. Si

sono studiati i rapporti fra il cono di scorie e le piroclastiti scoriacee lacustri pre¬ senti a monte del condotto.

Le indagini petrochimiche suggeriscono alcune osservazioni sulle relazioni fra Fevoluzione delle vulcaniti periferiche di Sesto Campano e Presenzano neU’ambito delFattività magmatica del Vulcano di Roccamonfina.

Summary. Some scoriaceous pyroclastic materials, emplaced across Creta- ceous-Paleocenic limestones near Sesto Campano (Isernia), bave been mapped and their petrology and chemistry bave been worked out. The Sesto Campano volca-

nites are olivinic leucite tephrites ,and costitutes thè vent of a scoria-cone lateral to thè large Roccamonfina Volcano. This cone originated presumably in thè late Pleistocene and is now completely eroded.

The relationships between thè cone and lake-deposited scores outcropping on

thè up-hill side of thè vent bave also been investigated.

The petrochemical results suggest that it is possible to correlate genetically

thè Sesto Campano and thè near-sited Presenzano volcanites with thè Roccamonfina magmatic activity. The Sesto Campano products possibly rose along NW-SE tren» ding faults.

Introduzione.

Recentemente (1969) è stata segnalata dai rilevatori del Servizio Geologico d’Italia (C. Bergomi, V. Manganelli) [13] la presenza di un conetto di scorie eccentrico nei calcari dolomitici del Paleocene- "Campaniano in località Sesto Campano (F° 161 - Isernia. II edizione).

32

Di questa manifestazione locale (fig. 1) non si hanno segnalazioni precedenti essa compare nella I edizione di detto Foglio (1934).

Tale manifestazione esplosiva, tefritica leucitica, è da ritenere che appartenga al vulcanismo del Roccamonfina dalla cui caldera centrale dista circa 17 chilometri. Oltre alla corrispondenza petrografica con molte vulcaniti del Roccamonfina bisogna aggiungere che questo

Fig, 1. Ubicazione delle manifestazioni eccentriche (asterischi^ del cono di scorie di Sesto Campano e delle effusioni laviche di Presenzano nella regione vul¬ canica del Roccamonfina. Sono anche riportate le principali linee tettoniche della zona.

ultimo è abbastanza ricco di apparati laterali -ed eccentrici ; inoltre fra questo e la manifestazione esplosiva di Sesto Campano si hanno come « ponte » le effusioni laviche leucititiche tefritiche presenti nei calcari dolomitici infraliassici di Presenzano ( Caserta) e altre zone contigue alla base del versante meridionale del monte Cesima [14}. Tali effusioni distano km. 10-13 circa dal Vulcano di Roccamonfina (fig. 1).

33

Rilevamento.

La zona di affioramento è ubicata alla base del versante orientale del monte Cesima presso l’abitato di Sesto Campano ( Isernia) ed è compresa nel III quadrante del Foglio I6I (Isernia). Le rocce sedimen¬ tarie affioranti nella zona sono costituite dalla serie cretacica formata da calcareniti e calcilutiti con Requienia di età valanginiana-cenoma- niana e da calcari bioclastici avana a frammenti di Rudiste del Ceno- maniano-Albiano.

La successione è chiusa da calcareniti bianche a cemento spatico con frammenti di Rudiste alternate a brecciole poligeniche anch’esse a cemento spatico di età maastrichtiano-paleocenica.

In questi ultimi terreni sono incassate le vulcaniti ( vedi carta geologica (*) e fig. 2). Localmente questi calcari sono intensamente fratturati per la presenza di numerose faglie che si intersecano, in particolare, nella zona di affioramento delle vulcaniti scoriacee del condotto.

La faglia marginale orientale della struttura di Sesto Campano è senz’altro la più importante anche se non è possibile calcolarne il rigetto ; a questa faglia perimetrale con andamento NW-SE potrebbe essere particolarmente connessa l’ascesa dei prodotti vulcanici.

L’età della manifestazione vulcanica di Sesto Campano può essere riferita al Pleistocene. Tali prodotti sono infatti coperti dall’Ignimbrite Campana [6] («tufo grigio campano» Auct.) che è riferibile, per gli studi eseguiti in altre zone [2], alla fase finale del Wiirm III; riguardo al limite massimo di età si può far riferimento alle datazioni assolute eseguite su rocce leucitiche del Roccamonfina nell’ammissione di una generica corrispondenza cronologica fra questi tipi di rocce nelle due zone. Al Roccamonfina per una delle prime colate basani- tiche leucitiche è stata determinata, col metodo K-Ar, un’età compresa fra 1.260.000 e 1.070.000 anni [8]; su tefriti leucitiche del vulcano- -strato si sono avute età di 460.000 [8] e 368.000 anni [7].

A) Le rocce del condotto.

Al Km 12 della S.S. 85 (Venafrana) sulla sinistra, a qualche centinaio di metri a SE del paese di Sesto Campano, si rinvengono

(*) La carta geologica, per quel che riguarda i terreni sedimentari, è stata compilata tenendo conto del 161 - Isernia, II ed. della Carta Geologica d’Italia.

3

illuvioni Volturno e detrito i falda (Quaternario).

34

li

flj o

II

SL-- -

Ì2-S 1

J t) 0) «

C.±

<-D U

(N

Profilo geologico del vulcanetto di scorie di Sesto Campano (Isernia).

35

nelle rocce carbonatiche, dendro una vallecola, prodotti vulcanici sco¬ riacei (fig. 3). Tali materiali rappresentano le radici di un conetto di scorie ormai completamente eroso e del quale emerge parte del condotto con la massa scoriacea di riempimento. Si hanno, inoltre, ancora scorie in giacitura regolarmente stratificata immediatamente a monte del condotto e scorie in banchi, a volte rimaneggiate e con

Sesto Canìpano

Fig. 3. La parte affiorante (tratteggiata) del condotto del conetto di scorie eccen¬ trico tefritico leucitico olivinico nei calcari del Paleocene-Campaniano di Sesto Campano, A monte del condotto (a sinistra) affiorano le piroclastiti stratificate scoriacee lacustri. L’ordine di grandezza è dato dall’uomo al centro in basso.

uno spessore massimo di circa 10 metri, su una distanza di 500-800 metri da tale condotto.

Che si tratti di una manifestazione locale è dimostrato dalla grandezza a volte notevole dei blocchi scoriacei avendo questi una di¬ mensione massima che supera a volte i 50 cm (figg. 4, 5, 6); tali

36

Fig. 4. Grossa scoria nella parte centrale del condotto.

37

materiali, inoltre, non si rinvengono fra la zona di Sesto Campano e il Vulcano di Roccamonfina.

Le vulcaniti sono costituite da lapillo e blocchi scoriacei di colore grigio-ferro con pochi fenocristalli di augite ; localmente la massa delle vulcaniti presenta un arrossamento diffuso dovuto probabilmente ad azione pneumatolitica. L’affioramento principale misura circa m 60 di larghezza e m 40 di altezza. Nelle zone periferiche del condotto, a

Fig. 6. Grossa scoria nella parie marginale del condotto costituita da una breccia di scorie e calcari alterati.

contatto con i calcari, si ha una fascia di alcuni metri costituita da una breccia vulcanico-sedimentaria (figg. 6,7) nella quale le rocce carbonatiche mostrano segni di metamorfismo. Verso l’alto questo affioramento si restringe formando delle digitazioni a cuneo irrego-

lari (figg. 3, 8).

Nelle immediate vicinanze si ha qualche altra manifestazione dello stesso tipo di dimensioni più ridotte.

I prodotti scoriacei inglobano frammenti carbonatici alterati e presentano localmente qualche patina di materiale quarzoso o fratture riempite dello stesso prodotto. Data la natura sottosatura delle rocce vulcaniche (tefriti leucitiche oliviniche) si può ritenere che il materiale

38

Fig. 7. Zona marginale del condotto; breccia di scorie e rocce carbonatiche alterate in ambiente idrotermale in minerali tipo smectiti.

Fig. 8. Digitazione nella zona periferica del condotto del cono di scorie.

39

quarzoso sia di origine secondaria e derivi dalla dissoluzione in am¬ biente idrotermale di rocce arenacee presenti in profondità e incon¬ trate dai prodotti magmatici nel corso della loro ascesa.

Negli inclusi carbonatici, spesso totalmente alterati in ambiente idrotermale, si rinvengono idrosilicati di alluminio, magnesio e ferro del tipo delle smectiti ; la presenza di tali minerali è stata accertata con analisi roentgenografica. Prodotti simili (tipo saponite) sono stati trovati nei tufi tefritici leucitici-leucititici dei vulcani del Lazio [12] (*).

B) Le piroclastiti scoriacee stratificate {lacustre).

Oltre alle scorie del condotto e a quelle in banchi si hanno, a monte di questo, vulcaniti correiabili in gran parte con quelle del con¬ dotto e affioranti per circa m 15 di spessore con una stratificazione perfettamente orizzontale (fig. 9).

Si tratta di una successione di strati di scorie con caratteristiche sedimentologiche che indicano una deposizione in ambiente probabil¬ mente lacustre (figg. 9,11). Alla base, comunque, tale materiale ha tessitura caotica per uno spessore di qualche metro e suggerisce una messa in posto come mud flow (fig. 11). Verso l’alto si ha quindi una sequenza di strati spessi da un decimetro a cm 50 circa in cui ogni singolo strato mostra una successione gradata che, dal basso, è costi¬ tuita da materiale sabbioso, scorie spesso arrotondate e, infine verso l’alto, ceneri a volte sottilmente stratificate (figg. 9,11). Questa succes¬ sione ciclica si ripete più volte per uno spessore globale di 12-15 metri.

Localmente la serie è interessata da dislocazioni con spostamento di pochi centimetri (fig. 10).

Soprattutto verso l’alto di questa serie diventano man mano pre¬ ponderanti pomici probabilmente trachitiche-fonolitiche leucitiche rife¬ ribili all’attività del Roccamonfina. Queste ultime piroclastiti sono dif¬ fuse nelle varie zone interposte fra quella di Sesto Campano e il Vulcano di Roccamonfina. Nei diversi settori del Roccamonfina le piro¬ clastiti sono alla base tefritiche leucitiche e verso l’alto si hanno tipi fonolitici e trachitici ; a tetto di queste varie piroclastiti si ha l’Ignim- brite Campana [5, 10].

(*) Minerali di questo tipo si rinvengono anche negli inclusi carbonatici meta¬ morfosati presenti nelle pozzolane del Vulcano Laziale (E. Franco, lavoro in pre¬ parazione).

40

Fig. 9. Le piroclastiti stratificate orizzontali a monte del condotto deposte proba bilmente in ambiente lacustre e costituite da una successione ciclica, dal basso di sabbie vulcaniche, scorie e pomici, ceneri.

Fig. 10. Piccola dislocazione nelle piroclastiti lacustri.

41

La serie lacustre di Sesto Campano termina con uno strato ocraceo di ceneri sottili rappresentanti forse un paleosuolo o anche i prodotti di chiusura dell’amhiente lacustre.

Dopo uno strato di ceneri chiare di circa cm 50 si ha, in chiusura di serie, un materiale cineritico, con piccole scorie e frammenti di

Iqnimbrite Campana .m.2

ceneri m. 0,5

ceneri straterellate scorie e pomici sabbie vulcaniche

strati di sabbie, scorie, ceneri, cm. 10-50

^ mud flow ?

Fig. 11. Successione schematica delle piroclastiti stratificate affioranti a monte del condotto, riferibili al conetto di Sesto Campano nella parte bassa e preva¬ lentemente al Roecamonfina verso l’alto. Per uno strato è indicata la sequenza litologica dei prodotti sedimentati in ambiente lacustre.

sanidino, spesso argillificato e humificato ascrivibile per la sua posi¬ zione stratigrafica ed i caratteri generali ad una facies distale delFIgnim- brite Campana [6].

Come si nota dalla carta geologica annessa, i prodotti scoriacei

riferibili aU’attività esplosiva del conetto si rinvengono in più zone a distanza di 500-800 metri dai condotto. Essi nelle zone più lontane

42

( Cimitero di Sesto Campano) hanno dimensioni medie piuttosto piccole aggirantisi intorno a 1-3 cm con qualche blocco sporadico di dimen¬ sioni maggiori.

La distribuzione areale limitata (anche considerando la loro posi¬ zione attuale per rimaneggiamento) e le dimensioni rapidamente decre¬ scenti delle scorie suggeriscono una energia esplosiva piuttosto limitata.

La presenza dentro la vallecola di queste facies stratificate di ambiente lacustre a monte del condotto fa ipotizzare che la formazione di un edificio vulcano a valle abbia dato la possibilità che si impian¬ tasse un ambiente di tipo lacustre in cui si sarebbero deposti i prodotti esplosivi del vulcanetto e poi quelli del Roccamonfina trasportati qui dai declivi circostanti ad opera delle acque dilavanti.

Non è agevole una eventuale distinzione fra i prodotti sedimentati dopo dilavamento e quelli caduti direttamente dall’aria. Per questi ultimi comunque, in riferimento agli strati di pomici superiori ascri¬ vibili al Roccamonfina, un criterio può essere l’assenza di scorie del vulcanetto locale oltre al minore arrotondamento dei vari tipi litologici.

Riguardo la formazione di un locale ambiente lacustre per sbarra¬ mento a valle da parte del vulcanetto bisogna però tener presente che in queste zone si hanno ai margini del fiume Volturno piroclastiti del Roceamonfina di probabile ambiente lacustre affioranti ad un livello simile a quello della serie in oggetto. Ciò potrebbe far pensare ad un ambiente di sedimentazione lacustre più vasto e non riferibile alla formazione del cono di scorie di Sesto Campano. Occorre comunque aggiungere ehe nell’ambito dei vari prodotti scoriacei non si sono rin¬ venute prove di manifestazione vulcanica in un eventuale ambiente subacqueo presente prima del fenomeno esplosivo di Sesto Campano.

Indagini petrochimiche.

Sono state eseguite indagini petrochimiche su un blocco scoriaceo del condotto (campione S^) e su piccole scorie affioranti nei pressi del condotto (camp. S2).

Al microscopio i prodotti di Sesto Campano, spesso vetrosi nei tipi più seoriacei, risultano costituiti, in quelli meglio cristallizzati, da augite, leucite, plagioclasio, olivina. L’AUGITE in fenocristalli è di colore marrone verdastro spesso zonata con bordi più chiari, questo colore più chiaro si nota a volte nei microliti della massa di fondo, spesso i

43

fenocristalli sono omogeneamente poco colorati; 2Vy = 57-62°, c/y = = 44-47°. La LEUCITE si presenta in microfenocristalli e nella massa di fondo ; il PLAGIOCLASIO, di tipo labradoritico, è presente in mi¬ croliti mal determinabili nella massa di fondo. L’OLIVINA è di tipo crisolito con 2Va^85° (EoD^75%), essa si presenta in microfeno-

TABELLA I

Analisi chimiche delle scorie del vulcanetto di Sesto Campano (Isernia) e delFeffusione lavica di Presenzano (Caserta).

Camp.

Si

s.

P

Si O2

49.17

48.56

47.67

Ti O2

0.72

0.65

0.80

Zr O2

0.04

0.03

0.03

Ab O3

16.53

16.65

17.57

Fe, O3

1.78

2.94

3.31

FeO

4.20

4.06

5.04

MnO

0.18

0.15

0.12

MgO

7.35

6.45

3.57

CaO

10.15

10.01

9.24

BaO

0.09

0.08

0.11

Na.O

2.00

2.20

2.73

ICO

6.41

6.41

8.38

C12

0.03

0.05

0.11

S03

0.03

0.05

0.05

p. 03

0.57

0.54

0.67

H20-

0.19

0.75

0.21

H2 0+

0.47

0.57

0.64

99.91

100.15

100.21

O/CI2 0.03

100.18

Camp. Si - Blocco scoriaceo nel condotto. Sesto Campano. (An. P. Di Girolamo). Camp. S2 - Scorie piccole nei pressi del condotto. Idem. (An. D. Stanzione).

Camp. P - Lava di Presenzano. (An. P. Di Girolamo).

cristalli spesso alterati in Iddingsite marrone rossastra. Oltre alla MAGNETITE si ha qualche laminetta di BIOTITE.

I vari dati chimico-mineralogici dei camp. Si e 83 (tabb. I-II-III) indicano la costanza di composizione nei prodotti del cono di scorie di Sesto Campano; lo stato di maggiore frammentarietà del camp. 83,

TABELLA II

44

Camp. Si 24.1 22.8 10.3 10.4 8.8 1.8 5.1 15.1 0.5 1.1 24.1 43.5 32.4

» S2 23.9 22.9 11.4 10.3 8.8 2.9 4.8 13.4 0.5 1.1 23.9 44.6 31.5

45

costituito da piccole scorie mediamente bollose, porta ad una leggera ossidazione di Fe".

Ai fini di una possibile corrispondenza fra norma e modo il calcolo delle percentuali mineralogiche normative è stato eseguito sulla base chimica di un’augite a composizione media, già analizzata, con caratteri

TABELLA III

Norma molecolare (Niggli).

Campione

Leucite

Nefelina

Plag

Ab

ioclasi

An

Augite

Olivina

t

c

bC

«

Ilroenite

Apatite

Vulcanite

(Streckeisen 1967)

S:

29.9

1.2

12.7

26.3 (A

_ 13.6_

n 51.7%)

29.8

9.8

1.1

0.8

1.1

tefrite leucitica olivinica

S,

30.0

2.1

13.2

26.7

^13.5_

(50.6)

29.8

7.3

2.2

0.8

1.1

tefrite leucitica olivinica

1 P

i

1

39.3

8.0

7.2

12.8

_ _ ^6

(43.8)

33.0

2.2

2.5

0.8

1.4

leucitite tefritica

ottici simili a quelli riscontrati nei prodotti di Sesto Campano e Pre- senzano. Tale preferenza è dovuta al fatto che il diopside usato nella norma molecolare di Niggli (Di Wo + En + Fs) non contiene AI2O3 , FeaOg , alcali e risulta mediamente più povero in MgO e più ricco in Si O2 , Fe 0, Ca 0 ; con tale minerale si calcolerebbe essenzial¬ mente meno clinopirosseno e più plagioclasio ( più basico) con varia¬ zioni deU’ordine di 5-7%.

Le analisi modali eseguite su altri campioni di rocce leucitiche indicano che sulla base della composizione di un’augite media si calcola una norma mediamente simile al modo.

Le percentuali normative dei minerali (plagioclasio e leucite) e la presenza deU’olivina in quantità superiore al 5% in volume (tab. Ili) fanno classificare le rocce di Sesto Campano come « tefriti leucitiche oliviniche » (classificazione secondo A, L. Streckeisen, 1967). Tali rocce corrispondono alle a basaniti leucitiche » e, secondo la classifi¬ cazione dettagliata per le rocce leucitiche nel diagramma di Niggli, Troeger, Rittmann, alle a ottavianiti ».

46

La lava di Presenzano è una « leucitite tefritica » ( Streckeisen, 1967) che corrisponde alle a vesuviti » dei tre autori citati, essa è alquanto più desilicizzata e sottosatura, rispetto alle rocce di Sesto Campano, come si nota dai più bassi valori di Si°, qz, Q (tab, II). Il carattere seriale è marcatamente più mediterraneo per l’effusione di Presenzano come è indicato daU’indice seriale (a) del Rittmann (tab. II) che per le rocce di Sesto Campano un tipo seriale « mediterraneo medio » e per quelle di Presenzano un tipo « mediterraneo forte ».

Dai valori di Niggli (tab. II) le rocce risultano appartenere alla serie potassica e al tipo magmatico « normalsommaitico », sono « forte¬ mente potassiche » (k ^ 40), « femiche » (Sesto Campano: al <7 26 ; fm 7> 32) o « subaliche » (Presenzano: al <C 26 ; 32 <C fm >> 26), « me-

2 I

diamente alcaline » ( Sesto Campano : - al >> alk >> - al) o

3 2

2

(( relativamente ricche in alcali » ( Presenzano : al 7> alk > - al), fra

3

(( normali » e a ricche in calcio » (valore limite di c = 25).

Le relazioni magmatologiche fra i prodotti di Sesto Campano e quelli di Presenzano possono essere indicate dai valori di Si° e Az°, come è stato fatto inizialmente per il Somma- Vesuvio [II] e in seguito anche per il Roccamonfina [1], e dai valori di Q, L, M impiegati per il Roccamonfina [ I ] .

Per lo studio dello stato di silicizzazione al posto delle formule di Rittmann del « grado di silicizzazione » ( Si°) e a grado di acidità » ( Az°) :

si si

_ _ ^2° = _

100 + 4 alk si + 100

nel presente lavoro vengono impiegate le formule corrette dal Burri [3] :

si + 4 alk - [fm (I mg) w + 2 p] + zr

2

si

Az'

I

47

Ha

(

s

sk Sesto Campane

flb \

\ A

1 °

P

Presenzano

\

' o'*

sV.‘

l Oq

V

-r /

\

1 . ' 1" 7

0,7 0.9

r— T - 1

1,1

Si®

Fig. 12. Diagramma Az°/Si° per i vari gruppi di rocce del Vulcano di Roccamonfina.

Dai parametri citati risulta che riguardo le varie rocce desilicizzate in diverso grado per sintessi carbonatica si possono distinguere diversi cicli che comprendono ognuno una serie di differenziazione [1, 11].

Dai diagrammi relativi al Roccamonfina [1] risulta che per i valori di Az° " Si° (fig. 12) le rocce di Sesto Campano e Presenzano apparten¬ gono globalmente al gruppo di più bassa silicizzazione (Uh) delle rocce ìeucitiche; inoltre, più precisamente, il diagramma Q, L, M (fig. 13)

Q Q

Fig. 13. Diagramma Q-L-M per le varie serie di rocce del Vulcano di Roccamonfina.

48

mostra che le vulcaniti di Sesto Campano sono comprese in una serie di differenziazione (Ilb) alla quale non sembrano appartenere le più sotto¬ sature rocce di Presenzano. Queste ultime rocce sono fra le più desili¬ cizzate dei vari tipi analizzati al Roccamonfina [1, 9].

Come è noto, al Roccamonfina le lave leucitiche costituiscono lo strato-vulcano, coni avventizi e domicumuli, inoltre l’attività vulcanica del Roccamonfina [13] ha spesso emesso alternativamente prodotti più sottosaturi (tefriti leucitiche-leucititi) e meno sottosaturi (fonoliti leuciti- che) ; fra i prodotti saturi o lievemente soprassaturi ( latitici-trachibasal- tici) sono comprese le manifestazioni più recenti del vulcano localizzate nella caldera terminale.

Per spiegare l’alternanza nel Roccamonfina delle manifestazioni leu¬ citiche a diverso grado di silicizzazione è stata ipotizzata [4] l’esistenza di più focolari magmatici, tra loro indipendenti, in ognuno dei quali si sarebbero svolti processi di assimilazione e differenziazione come nel ba¬ cino del Somma- Vesuvio. Le eruzioni prodotte alternativamente o contem¬ poraneamente dai singoli focolari, a grado diverso di silicizzazione per io stato più o meno avanzato della sintessi carbonatica, darebbero l’alter¬ narsi o anche la contemporanea emissione dei prodotti leucitici del vulcano più o meno desilicizzati e differenziati.

I prodotti delle manifestazioni vulcaniche di Sesto Campano e Pre¬ senzano, forse fra loro indipendenti come evoluzione, potrebbero avvalo¬ rare l’ipotesi di bacini indipendenti o, per lo meno, dimostrare la note¬ vole estensione del bacino magmatico del Roccamonfina o delle sue digi¬ tazioni. Restando nei prodotti tefritici leucitici si ha, ad esempio, una distanza di circa 20 km. fra Sesto Campano e i coni di scorie laterali presenti nel settore SSE del Vulcano di Roccamonfina.

Conclusioni.

Il cono di scorie tefritico leucitico olivinico di Sesto Campano, del quale attualmente si osservano solo le a radici », appartiene al vulca¬ nismo della sottoprovincia petrografica aurunca (Vulcano di Roccamon¬ fina). Le vulcaniti, emesse probabilmente nel Pleistocene, si rinvengono nei sedimenti carbonatici del Cretacico-Paleocene interessati da nume¬ rose faglie fra cui una più importante ad andamento « appenninico » che limita il massiccio del M. Cesima verso la piana del Volturno. Tale linea tettonica (fig. 1) segue la media valle del Volturno per circa 40 km

49

dalla piana di Venafro a quella di Dragoni limitando verso NE il gruppo di Monte Cesima e di Monte Maggiore. Essa è parallela all’altra linea tettonica regionale che dalla piana di Cassino raggiunge il bordo orien¬ tale della Pianura Campana.

All’incrocio di queste linee tettoniche a appenniniche » con quelle ad andamento « tirrenico », che bordano a NW il Monte Massico e inte¬ ressano il substrato del Roccamonfina, si hanno le serie di manifestazioni vulcaniche di Sesto Campano e Presenzano.

I materiali dell’atto esplosivo, di intensità piuttosto modesta, hanno interessato un’area di larghezza poco superiore al chilometro. Il rinveni¬ mento di soli prodotti subaerei nel condotto può far ritenere che la costru¬ zione del piccolo edificio vulcanico abbia sbarrato la parte bassa della valle- cola dando luogo alla formazione, a monte, di un piccolo lago. Tale ambiente è rappresentato da una serie piroclastica stratificata di 12-15 metri costituita, in basso, dai prodotti scoriacei locali e, prevalentemente in alto, dai materiali pliniani dell’attività del Roccamonfina ; la serie è chiusa dall’Ignimbrite Campana riferita alla fase finale del Wiirm III.

Le indagini petrochimiche suggeriscono una probabile indipendenza nell’evoluzione magmatica dei prodotti di Sesto Campano rispetto a quelli delle manifestazioni pure periferiche di Presenzano.

L’attività vulcanologica del Roccamonfina, più complessa di quella del Somma- Vesuvio, ne è anche più estesa rinvenendosi, riguardo le boc¬ che vulcaniche tefritiche leucitiche visibili, su un tratto di circa 20 chilometri.

BIBLIOGRAFIA

[1] Arévalo P., Burri C., Weibel M., 1962 - Zur Petrochemie des Roccanion- fina-Vulkans (Piov. Caserta, Italien). Schweiz. Min. Petr. Mitt., 42, Zurigo.

[2] Brancaccio L., 1968 - Genesi e caratteri delle forme costiere nella Penisola Sorrentina. Boll. Soc. Nat, in Napoli, 77, Napoli.

[3] Burri C., 1962 - Zur Berechnung der Silifizierung von Eruptivgesteinen. Chem. d. Erde, 22, Jena.

[4] Burri C., 1966 - Problemi petrochimici del vulcanismo italiano, Mem. Acc. Patav. SS.LL.AA., cl. Se. Mat, e Nat., 78, Padova.

[5] Di Girolamo P-, 1968 - Rilevamento petrografico nel settore SJV (Sessa Au- runca) del Vulcano di Roccamonfina. Rend. Acc, Se. Fis. e Mat., s, 4, 35, Napoli.

[6] Di Girolamo P., 1970 - Differenziazione gravitativa e curve isochimiche nella

« Ignimbrite Campana » Tufo grigio campano » Auct.). Rend. Soc. It.

Min. e Petr., 26, Pavia.

50

[7] Eveknden J. F., Cuktis G. H., 1965 - The Potassium- Argon Dating of Late Cenozoic Rocks in East Africa and Italy. Current Anthropology, 6.

[8] Gasparini P., Adams J. A. S., 1969 - K-Ar Dating of Italian Plio-Pleistocene Volcanic Rocks. Earth Pian, Se. Lett. 6, Amsterdam.

[9] Giannetti B., 1970 - Contributo alla conoscenza delle lave leucitiche e delle piroclastiti della cinta calderica di Roccamonfina e petrochiinica del complesso vulcanico. Mem. Soe. Geol. It., 9.

[10] Lirer L., Stanzione D., 1968 - Le piroclastiti stratificate del Roccamonfina Primordiale. Atti Aee. Se. Fis. e Mat,, s. 3, 7, Napoli.

[11] Rittmann a., 1933 - Die geologisch bedingte Evolution und Differentiation des Somma-Vesuvmagmas. Zeits. fiir Vulkan., 25, Berlino.

[12] ScHERiLLo A., 1962 - Piroclastiti ed evoluzione vulcanica. Parte L Boll. Soe. Nat. in Napoli, 71, Napoli.

[13] Servizio Geologico d’Italia, 1969 - Note illustrative del 171 (Gaeta e Vulcano di Roccamonfina). Ereolano (Napoli).

[14] Sgrosso I., Aiello R., 1963 - Bocca eruttiva presso Presenzano (Caserta). Boll. Soc. Nat. in Napoli, 72, Napoli.

Licenziato alle stampe il 26 luglio 1972.

Boll, Soc. Natur. in Napoli, 1972

corie eccentrico di Sesto Campano (Isernia), ecc.

Boll. Soc. Natur. in Napoli. 1972.

Di (liROi.AMo P.. Il cono di scorie eccentrico di Sesto Campano {Isernin). ecc.

t 'iwx^ v-'^' v' Wt» 1 ' T •■'■3’-- : ' igl'g tt w ■• , ^ ^ '’^. ■.'^'. f' _ '- , .'gyi-f»'^**^'- .^' y ]>'^^",c , -= ' -j ,*, •■ *'^

■'">‘ ' \ •', .' . ' -r-V^A. --- •■ •- .. K ■; -^4

7; ^ An- ; , j,;-^ |

% -•- ' '^-y- ; -^'V^ .\. •;.■■■:•-!. '•■. ; . /A- -, .=-v. •'^^' ^

.:■ ; , -tv/ÀlYf , 7.u: 7^.3 !,

:K::v;^r.

Boll. Soc. Natur. in Napoli voi. 81, 1972, pp. 51-58, 2 tavv.

Ricerche palinologìche nella successione mesozoica della Serra del Prete (gruppo del Pollino, Appennino meridionale) (*)

Nota del Socio A. TAVERNIER LAPEGNA

(Tornata del 31 marzo 1972)

Riassunto. Vengono presentati i risultati di uno studio palinologico sul Meso¬ zoico carbonatico di facies neritica della Calabria, Sono stati esaminati 55 campioni provenienti dalla Serra del Prete (gruppo del Pollino) di età compresa tra il Lias ed il Cretacico superiore ; sono stati rinvenuti, in totale, 49 granuli classificati ed alcuni granuli non classificati per il pessimo stato di conservazione. I granuli clas¬ sificati comprendono i generi: Polypodium, Osmundn, Acrostichum, Calamospora, Araucaria, Pinus, Ephedra, Quercus, Corylus, Batis, Sabatia, Trachicarpus, Livistonia.

Summary. A palynologic research on thè Jurassic and Cretaceous shallow water carbonate rocks of Calabrian Apennines (Southern Italy) has been carried out. From 55 analyzed samples, ranginging age from Power Lias to Upper Cretaceous and collected at Serra del Prete (Pollino mountains), 49 grains bave been classified, wheareas some other ones remain unidentified because of their bad preservation. The classified grains are from thè following plants : Polypodium, Osmunda, Acro¬ stichum, Calamospora, Araucaria, Pinus, Ephedra, Quercus, Corylus, Batis, Sabatia, T rachicarpus, Livistonia.

In questo lavoro vengono presentati i primi risultati di uno studio palinologico sul Mesozoico carbonatico di facies neritica della Calabria, iniziato nel 1967, ed esteso poi a tutta la successione calcareo dolomitica del gruppo del Pollino, attraverso l’analisi di 55 campioni provenienti dalla Serra del Prete e di età compresa tra il Lias ed il Cretacico superiore.

Si sono inoltre studiate le microfacies dei campioni raccolti, in modo da avere un controllo biostratigrafico su basi diverse da quelle palinologiche.

(*) Lavoro eseguito con il contributo C.N.R.

52

Il gruppo del Pollino costituisce Fultima propaggine meridionale delFAppennino calcareo, ed è allungato in senso est-ovest. Le sue cime superano i 2000 m di altezza fra le più alte, oltre al Pollino stesso, vi è la Serra Dolcedorme (2170) e la Serra del Prete (2180) donde proven¬ gono i campioni studiati.

La Serra del Prete è una grande monoclinale sollevata sul lato sud da una faglia diretta, con direzione NO SE che corre lungo il Vallone della Caballa, e da due faglie laterali con andamento NE SO. L’immer¬ sione degli strati è generalmente verso NE.

Dal punto di vista paleogeografico possiamo ascrivere il Pollino alla più interna delle due piattaforme carbonatiche campano-lucane (D’Ar- GENio ScANDONE, 1969) mesozoiche.

Lo studio dei campioni è risultato alquanto complesso sia perchè i tempi di preparazione sono piuttosto lunghi, sia perchè la determinazione dei pochi granuli presenti, se pure a livello di genere, ha richiesto un esame molto attento ed accurato.

I campioni sono indicati con la lettera P e numerati i primi cin¬ que con i numeri progressivi da 4 a 8, i rimanenti da 18 a 66.

In seguito all’analisi effettuata i 55 campioni si possono dividere in due gruppi distinti. Il primo, comprendente la parte della successione stratigrafica che va dal Lias al Batoniano, ha dato risultati scarsi in quanto ben 22 campioni sono risultati sterili e le poche spore rinvenute nei rimanenti campioni erano in cattivo stato di conservazione. ci si aspettava per questa parte della serie, risultati differenti.

Per il secondo gruppo di campioni da P40 a P66 (Dogger supe¬ riore Cenomaniano) i risultati sono stati degni di rilievo: i campioni

sterili sono soltanto 9 ed è stata individuata non soltanto la presenza

di spore, ma anche la presenza di granuli pollinici ascrivibili a Gimno-

sperme ed Angiosperme,

Paleontologìa.

In questo paragrafo si una descrizione dei caratteri morfologici, a livello di genere sulle spore e sui pollini rinvenuti, e dove possibile, anche ragguagli stratigrafici riguardanti i primi rinvenimenti del genere. Per la classificazione si è seguita quella riportala da Emberger (1968). In totale il numero di grandi rinvenuti è di 49 comprendenti i

53

generi: Polypodium, Osmunda, Acrostichum, Calamospora, Araucaria, Pinus, Epredra, Quercus, Corylus^ Batis, Sabatia, Trachicarpus, Livi- stonia.

Felci

Famiglia: Polypodiaceae Genere : Polypodium

Sono stati rinvenuti circa una quindicina di granuli, non tutti in buono stato di conservazione, che per le loro caratteristiche sono da

ascrivere a questo genere.

Sono spore reniformi, ovali, solco monolete esina spessa con orna¬ mentazione non sempre individuabile.

Il genere Polypodium è del Giurassico.

Attualmente vive nei paesi tropicali.

F amiglia : Osm undaceae Genere : Osmunda

Sono state inidviduate soltanto tre spore rotonde, con solco trilete ed esina ricoperta da escrescenze tubercolose sparse sulla superficie. Sia per le dimensioni che per le caratteristiche anzidette queste tre spore sono state ascritte al genere Osmunda^ la cui massima diffusione si è avuta durante il Mesozoico.

Questo genere vive attualmente in zone umide, paludi a torbiera e nelle foreste paludose delle regioni atlantiche dell’America del Nord e nel SE dell’Asia.

Famiglia: Pteridaceae Genere : Acrostichum

Sono state ritrovate due spore con contorno triangolare arrotondato ; il solco trilete è alquanto evidente ; in una delle spore si nota una specie di struttura che fa apparire l’esina rugosa. Tale struttura potrebbe essere determinata dall’intina non completamente distrutta.

Spore di Acrostichum sono state segnalate in depositi cretacei degli Urali.

Attualmente il genere vive nelle regioni intertropicali in asso¬ ciazione con le Mangrovie nelle paludi salmastre litorali.

54

Equisetales

Famiglia: Calamitaceae Genere : Calamospora sp.

È stato rinvenuto un solo esemplare di questo genere. È una spora di dimensioni notevoli (100 micron) subcircolare con solco trilete che raggiunge i 2/3 dell’asse maggiore. Inoltre presenta delle pieghe molto evidenti. In letteratura è stata segnalata la presenza di Calamospora plicata in carboni del Permico inferiore brasiliano.

Gimnosperme

Famiglia: Araucariaceae Genere : Araucaria

I tre granuli attribuiti a questo genere hanno contorno arroton¬ dato, con esina molto sottile ( è questa una delle ragioni per cui è difficile ritrovare questi pollini durante le analisi). I paleobotanici hanno segnalato resti di conifere del tipo Araucaria anche in depositi del Carbonifero. Nei depositi triassici, giurassici e cretacei i rappre¬ sentanti di questa famiglia si ritrovano con maggiore faciltà essendo cosmopoliti.

Attualmente il genere vive nell’America meridionale ed in Au¬ stralia.

F amiglia : Pinaceae Genere : Pinus

Gli esemplari del genere Pinus sono stati più numerosi di quelli del genere Araucaria, se ne sono contati otto; per le modalità di attacco delle sacche al corpo sono da ascrivere al sottogenere Haploxilon.

È alquanto difficile dire se il genere più antico sia questo o quello Diploxilon, ma dalla letteratura risulta che i granuli di tipo Haploxilon si trovano più frequentemente in terreni cretacei e terziari mentre quelli di tipo Diploxilon si rinvengono in terreni di età successiva.

55

Clamidosperme

Famiglia: Ephedraceae Genere : Ephedra

Nei due esemplari rinvenuti sono ben evidenti le coste che si estendono per tutta la lunghezza del granulo da un polo all’altro. I pa- linologi hanno segnalato granuli attribuibili al genere Ephedra fin dal Permico superiore, ma soltanto dal Cretacico superiore in poi questo polline è stato riconosciuto con sicurezza.

h’’ Ephedra è un arbusto della zona mediterranea e delle regioni aride dell’Asia centrale ed occidentale e dell’America.

Angiosperme

Famiglia: Fagaceae

Genere : Quercus

Sei granuli tricolporati con pori al centro dei solchi sono stati classificati come appartenenti a questo genere ; l’ornamentazione è co¬ stituita da granulazione le cui dimensioni variano. Pollini fossili di Quercus sono stati individuati dal Cretacico inferiore in poi.

Famiglia: Betulaceae

Genere : Corylus

Si sono rinvenuti cinque granuli sferici con tre pori disposti agli angoli di un triangolo ; il contorno in visione equatoriale è ovale. L’esina è liscia, bistratificata.

Il genere Corylus inizia dal Cretacico superiore in poi (Wielsik,

1968).

Famiglia: Salicaceae

Genere : Batis

Granulo tricolpato, piccolo, con solchi che raggiungono i 2/3 della lunghezza dividendolo in tre lobi asimmetrici. Esina spessa con orna¬ mentazione non sempre visibile.

Attualmente vive nelle regioni sudorientali dell’America Setten¬ trionale, nella Florida e nelle Antille.

56

Famiglia: Gentianaceae Genere : Sabatia

Granulo tricolpato, con lobi simmetrici. Esina spessa bistratificata con scultura granulata.

Attualmente vive nella Florida e negli Stati Uniti.

Famiglia: Palmae Genere : T rachicarpus

Granulo sferico rotondo, esina spessa bistratificata. L’ornamentazio¬ ne è costituita da una serie di cavità che a volte simulano un reticolo a maglie regolari. Su uno dei lati del granulo vi è una piccola fenditura.

Il genere Trachicarpus vive attualmente in Giappone e Florida.

Genere : Livistonia ( Corypha)

Granulo sferico, con esina bistratifieata ; sulla sua superficie si nota un reticolo non molto evidente.

(^)uesto genere attualmente vive in Australia.

La quantità di spore e di pollini ritrovata non è stata sufficiente per poter tracciare un diagramma pollinico o per effettuare uno studio stratigrafico di dettaglio, ciò nonostante si può dire che le indicazioni ottenute dall’esame palinologico confermano ulteriormente quanto si era dedotto da indagini di altro tipo.

Interessante è stato notare come man mano che si procedeva nella indagine della successione stratigrafica, sia apparsa evidente la linea evolutiva della microflora, infatti se nei primi campioni si sono ritro¬ vate esclusivamente spore e qualche forma non classificabile per il suo cattivo stato di conservazione, proseguendo l’esame del Trias al Giu¬ rassico e successivamente al Cretacico, si è assistito alla comparsa di granuli pollinici sia di Gimnosperme che di Angiosperme e, indiretta¬ mente, ad una diminuzione delle spore.

La presenza di polline in alcuni campioni della serie stratigrafica ci conferma che la sedimentazione avveniva in acque poco profonde e tranquille. Infatti il polline, una volta liberato in acqua si comporta come una qualunque particella sedimentaria, se le acque sono turbolente vi rimane sospeso per lungo tempo, ma se invece sono tranquille si deposita sul fondo. Inoltre nella sedimentazione dei granuli pollinici si deve tener conto anche della localizzazione del bacino di sedimenta-

57

zione se questo si trova in dominio esclusivamente subaereo la presenza di pollini nel sedimento sarà il risultato della pioggia pollinica traspor¬ tata dal vento ; se invece si trova in dominio marino e lacustre si dovrà tener conto anche deU’apporto delle correnti.

Ai fini della sedimentazione ha poca importanza la vicinanza o meno di fonti di polline nelle adiacenze del bacino, perchè i pollini sono resistenti alla macerazione purché non intervengano fattori quali la salinità e la turbolenza delle acque.

Anche se non si conosce la struttura la composizione chimica del¬ l’esina, dagli esperimenti di Brook e Shaw (1968) si è dedotto che la sporopollenina, una delle sostanze che costituiscono parte dei granuli pollinici, è un polimero dovuto all’ossidazione degli esteri carotinoidi ed è solubile in una miscela di alcali. Perciò la presenza di sali in elevata concentrazione nelle acque porta alla distruzione del granulo. Per la turbolenza delle acque è stato dimostrato da esperimenti effettuati (Traverse e Ginsburg, 1966), sia su sedimenti che nelle acque del Great Bahama, che i pollini sono regolarmente presenti nei sedimenti delle zone sottovento delle isole più grandi dove la turbolenza è minima ed il sedimento è prevalentemente pelitico.

Che la sedimentazione doveva avvenire in acque poco profonde e tranquille ci è anche confermato dalla presenza costante di micrite nei campioni, ed anche dalle microfacies rinvenute, costituite da Alghe cal¬ caree, Foraminiferi Ostracodi, gusci di Lamellibranchi e Gasteropodi; inoltre la microflora ritrovata durante l’indagine palinologica ci testimo¬ nia la presenza di un clima caldo, infatti i generi rinvenuti, di cui già si è data la descrizione, sono tutti generi che attualmente vivono in paesi tropicali o mediterranei.

BIBLIOGRAFIA

Brooks J., 1971 - Some chemical and geochemical studies on sporopollenin. Sporo- pollenin, Proc. Int. Symp. on Sporopollenin, pp. 351-407 ; Academic Press, London.

Brooks J., Shaw G., 1968 Chemical structure of exine of pollen wallas and a new function for Carotinoids in nature. Nature, 219: 532-533 London.

CouPER R. A., 1953 - Upper Mesozoic and Cenozoic spores and pollen grains from New Zelanda. Paleont. Bull., 22, pp. 1-77.

CouPER R. A., 1962 - Spore-pollen correlation of thè Cretaceous rocks of thè northen and southern hemispheres, Palynology in oil exploration a symposium, pp. 131- 142, Soc. Econ. Paleont. Min. S.P. n. 11 Tulsa 1964.

Crescenti U., Sartoni S., 1962 - Ricerche biostrati grafi che del Mesozoico delVAp- pennino meridionale. Gior. GeoL, 21/29, serie II, pp. 161-302, 1960-61, Bologna. D’tIrgenio B., Scandone P., 1970 - Jurassic facies pattern in Southern Apennines (Campania-Lucania). Colloquium on Mediterranean Jurassic, Hungarian Geol. Inst, Budapest.

Emberger L., 1968 - Les plantes fossiles dans leurs rapports avec les vegetaux vi- vants. pp. 758, Masson e eie, Paris.

Erdtman G., 1952 - Pollen morphology - plani taxonomy i Angiosperms. pp. 539; Almquist e Wiksel, Stockoolm.

Erdtman G., 1967 - Pollen and spores morphology - plani taxonomy Gimnospermae, Pteridophita, Briophita, pp. 151, Almquist e Wiksel, Stockoolm.

Faegri K., Iversen J., 1964 - Textbook of pollen analysis. pp. 273, Munksgaard, Copenhagen.

Kremp G. 0., Spackamn W., Ames H. T., 1959 e segg. - Catalog of fossil spores

and pollen. College of minerai Industries thè Pennsylvania State, University park, Pensylvania.

Macko S., 1963 - Sporomorphe frorn upper Cretaceous near Opole (Silesia) and from thè London clays. Trav. Soc. Se. Let. Wroclav s. B n. 106, pp. 135, Wroclav. ManfrediNi M., 1964 - Schema deW evoluzione tettonica della penisola italiana. Boll. Serv. Geol. d’it., 84, pp. 15, Roma.

Medus J., 1970 - A palynological method for stratiphical correlations. Grana 10, n. 2, pp. 149-158, 1970.

PoKROVSKAiA I. M., 1950 - Anolyse poliinique. Ann. Serv. Inf. géol. du B.R.G.G.M. Mosca, pp. 434.

Principi P., 1955 - Ecologia vegetale. R.E.D.A. Roma.

Seward a. C., 1959 - Plani lif though thè ages. Hafner pub. Co. New York. SuNADA Pal and N. Pal, 1970 - Spore morphology and taxonomy of Polypodiaceae, Grana 10, n. 2, pp. 141-148, 1970.

Tiwari R. S. e Navole G. K. B., 1967 - Pollen and spore assemblage in some coals of Brazil. Pollen et Spores, voi. IX, n. 3, dicembre 1967, pp. 583-605, Paris. Traverse A., Ginsburg R. N., 1966 - Palynology of thè surface sediments of Gerat Bahama Bank, as related to water movement and sedimentation. Marine Geology, 4, n. 6, pp. 417-459, Elsievier pub. Co. Amsterdam.

WoDEHOUSE R. P., 1959 - Pollen grains. pp. 573, Hafner pub. co. New York.

Licenziato alle stampe il 26 luglio 1972

Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1972

Fig. 1. Polypodium.

Taveknier Lapegna A. - Ricerche palinologiche nella successione, ecc. Tav, I

Fig. 2. Osmunda.

Fig. 5. Sporangio.

Fig. 6. Ephedra.

1

Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1972

Tavernier Lapegjna a. - Ricerche palinologiche nella successione, ecc. Tav. II

Fig. I. Pinus (visione dorsale).

Fig, 2. Pinus (visione ventrale).

Fig. 3. - Quercus ( visione polare)

Fig. 4. Quercus (visione longitudinale).

Boll. Soc. Natur. in Napoli

voi. 81, 1972, pp. 59-64, 3 figg., 2 tavv.

Gorjanovicla martìnensis: nuova specie Radiolìtlde del Senonìano delle Murge (*)

Nota di VINCENZO CAMPOBASSO presentata dai soci VALDUGA, RICCHETTI e LUPERTO SINNI

(Tornata del 31 marzo 1972)

Riassunto. Viene descritta una nuova specie di radiolitide riferibile al genere Gorjanovicia Polsak ; gli esemplari studiati sono stati raccolti in livelli calcarei del Senoniano inferiore-medio delle Murge sud-orientali.

Abstract. The author describes a new species of radiolitid which may be referred to thè genus Gorjanovicia PoLSAK ; thè specimens here studied have been found by thè author in lower-middle Senonien calcareous beds of thè southeastern Murge.

NeU’ambito delle ricerche che Flstituto di Geologia e Paleonto¬ logia deirUniversità di Bari sta conducendo sul Cretaceo delle Murge, viene segnalata in questa Nota la presenza di una nuova specie di radiolitide, Gorjanovicia niartinensis^ in livelli calcarei del Senoniano inferiore - medio (Campobasso & Olivieri, 1967).

Tali livelli macrofossiliferi affiorano in una cava, aperta in banchi suborizzontali di calcare detritico biancastro, 2 km circa a SE di Martina Franca (250 m circa ad est del punto di quota 437, Tav. 190 11 SE (( Martina Franca ») ; inoltre, nella trincea della strada provinciale Monopoli-Alberobello nei pressi del bivio con la provinciale Castellana Grotte- Alberobello (Tav. 190 li NO « Alberobello ») ; in questa trincea si osservano alcuni strati calcarei dallo spessore variabile da 0,5 m alme contenenti una ricca fauna a rudiste ; tra queste sono state

(*) Lavoro eseguito con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

60

individuate, oltre alla nuova specie, le seguenti forme : Biradiolites angulosus d’ORB. e Durania martellii Parona.

Ord. RUDISTAE Lam. 1819 Sottord. SINISTRODONTA Pcelincev 1959 Fam. RADIOLITIDAE Gray 1848 Gen. Gorjanovicia Polsak 1967

Gorjanovicia martinensis n. sp,

(Figg. 1, 2, 3; Tav. I e II)

Origine del nome: da Martina Franca, città della provincia di Taranto.

Fig. 1. Gorjanovicia martinensis n. sp. - Paratipo - X 1 - Sezione trasversale della valva destra. - Trincea della strada provinciale Monopoli-Alberobello nei pressi del bivio con la provinciale Alberobello-Castellana Grotte.

Olotipo : Fig. 3 - Tav. 11 ; conservato nella collezione di fossili dellTstituto di Geologia e Paleontologia della Facoltà di Scienze di Bari, inv. N.S. 1.

Diagnosi: Valva destra allungata, di forma cilindro-conica, con ornamentazione esterna costituita da numerose coste ben pronunciate, in genere acute e regolarmente distribuite. La banda sifonale anteriore (E) è fortemente in rilievo con superficie liscia e leggermente concava ; la banda sifonale posteriore (S) è poco più larga della (E), saliente.

61

provvista di due robuste costicine e limitata da due coste acute. Nel- Finterbanda è presente una costa.

Valva sinistra leggermente convessa.

Descrizione: Valva destra allungata, di forma cilindro-conica. Ornamentazione esterna data da coste longitudinali lisce, in genere acute e regolarmente distribuite, separate da solchi non molto profondi.

Fig. 2. Gorjanovicia martinensis n. sp. - Paratipo - X 3 - Sezione trasversale della valva destra. - Cava a 2 km circa a SE di Martina Franca (250 m a est del punto di q. 437).

Sezione trasversale della valva, di forma subcircolare.

La banda sifonale anteriore (E) è molto saliente con superficie liscia e appena incavata. La banda posteriore (S) è di poco più larga

62

di quella anteriore ( E), e si presenta rilevata, con superficie liscia e provvista ordinariamente di due costicine robuste e a spigolo arroton¬ dato ; inoltre questa banda è limitata da due coste acute. Nell’inter- banda è presente una costa.

La cresta ligamentare è ben sviluppata, con estremità distale leg¬ germente dilatata.

La camera viscerale è provvista di setti.

In corrispondenza delle due bande si ha una leggerissima infles¬ sione della parete della valva verso la camera viscerale.

Il guscio della valva, interessato da una ricristallizzazione generale, mostra, in sezione trasversa, solo in alcuni punti la sua struttura ; questa è indicata da tracce delle lamine di accrescimento ad andamento sinuoso. Nelle zone corrispondenti alle due bande sifonali le lamine di accrescimento tendono ad assumere una concavità verso l’alto.

Valva sinistra: è conservata nell’olotipo ed ha forma leggermente convessa ; Fornamentazione esterna non è visibile, perchè la superficie è erosa (Fig. 3).

Osservazioni: È stato raccolto un esemplare (olotipo) fornito deile due valve, parzialmente libere dalla roccia ; tra queste, la destra è incompleta e mostra chiaramente le caratteristiche della regione sifo- nale. Inoltre, sono state raccolte tre valve destre (paratipi) più o meno inglobate nella roccia e osservabili in sezione trasversale.

La G. martinensis si distingue dalle altre specie riferite a questo genere sopratutto per i caratteri delle zone sifonali ; in particolare, G. vinjolae Polsak (1967) ha la banda anteriore (E) abbastanza rile¬ vata come nella nostra specie, ma se ne distingue per la banda poste¬ riore (S) incavata, per le coste e la cresta ligamentare meno pronunciate e per l’assenza di coste nell’interbanda.

La Medeella acuticostata Torre (1965), segnalata nelle Murge baresi, presenta i caratteri del nuovo genere Gorjanovicia istituito da Polsak (1967) in seguito alla revisione di Medeella Parona (1923); questa specie differisce dalla nostra principalmente per le bande sifonali più o meno incavate anziché prominenti.

Non è possibile un sicuro confronto con gli esemplari di Medeella sp. descritti da Torre (1965) a causa del loro cattivo stato di conser¬ vazione, che non ha permesso lo studio completo delle bande sifonali e dell’ornamentazione esterna.

63

Provenienza : L’olotipo e un paratipo sono stati estratti da una cava posta a circa 2 km a SE di Martina Franca (Taranto) e m 250 circa a est del punto di quota 437 (Tav. 190 II SE « Martina Franca »).

Fig. 3. Gorjanovicia martinensis n. sp. - Olotìpo - X 2 - L’esemplare è visto dal¬ l’alto visibile in parte la valva sinistra leggermente convessa e con superficie esterna erosa). - Cava a 2 km circa a SE di Martina Franca (250 m a est del punto di q. 437).

Due paratipi provengono dalla trincea della strada provinciale Mono- poli-Alberobello nei pressi del bivio con la provinciale Alberobello- Castellana Grotte (Tav. 190 II NO « Alberobello »).

Età : Senoniano inferiore-medio.

64

BIBLIOGRAFIA

Campobasso V. & Olivieri C., 1967 - Osservazioni preliminari sulla stratigrafia e sulla tettonica delle Murge tra Castellana Grotte (Rari) e Ceglie Messapico (Brindisi). Un, St. Bari, Ist, GeoL PaL - Studi geol. e morf. sulla regione pugliese., II, 20 pp., f. 1, Bari.

Paroma C. F., 1923 - Osservazioni sopra alcune specie della fauna a Rudiste del colle di Medea (Friuli). Atti R, Acc. Se, Torino, voi. LIX, Torino.

PoLSAK A,, 1967 - Macrofaune cretacee de Vlstrie meridionale (Yougoslavie). Palaeont, jugoslavica, voi. 8, pag. 219, tavv. LXXXV, Zagreb.

Torre D., 1965 - Contributo alla conoscenza delle Rudiste dei dintorni di Altamura - Murge Baresi. Palaeontographia italica, voi. LX (n. ser. voi. XXX), pp. 1-18, ff. 4 nel testo, tavv. 5, Pisa.

Licenziato alle stampe il 6 ottobre 1972

TAVOLA I

Gorjanovicia martinensis n. sp. - Paratipo - X 3 - Valva destra vista dalFalto - Trincea della strada provinciale Monopoli-Alberobello nei pressi del bivio con la pro¬ vinciale Alberobello-Castellana Grotte.

Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1972

Campobasso V. - Gorjanovicia martinensis : nuova specie di Radiolitide, ecc. - Tav. I

TAVOLA II

Gorjanovicia martinensis n. sp. - Olotipo - X 1 - Valva destra in parte inglobata nella roccia e vista dalla regione sifonale. - Cava a 2 km circa a SE di Martina Franca (250 m a est del punto di q 437).

Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1972

Campobasso V. - Gorjanovicia niartinensis : nuova specie di Radiolitide, ecc. - Tav. II

Boll. Soc. Natur. in Napoli

voi. 81, 1972, pp. 65-71, 1 tah., 2 figg.

Osservazioni sui rapporti tra temperatura ambientale e attività del tessuto interstiziale del testicolo di Rana esculenta (*)

SONIA FRASCATORE e VIRGILIO BOTTE (**)

(Tornata del 31 marzo 1972)

Riassunto. L’ipotesi di una azione della temperatura ambientale sul tessuto interstiziale del testicolo di Rana esculenta è stata verificata seguendo le variazioni dell’attività delle cellule di Leydig durante il ciclo sessuale. Sono state studiate in particolare le caratteristiche della sudanofilia e della reazione di Schultz per il colesterolo nelle cellule interstiziali ed è stato seguito lo sviluppo della callosità del pollice, carattere sessuale secondario che, come è noto, dipende dall’attività endocrina della gonade maschile.

La sudanofilia ed il contenuto in colesterolo delle cellule interstiziali non presentano variazioni nel ciclo sessuale, a differenza di quanto sostenuto da altri AA.. Un ciclo annuale è, invece, ben evidente nella callosità del pollice. Questa struttura mostra il massimo sviluppo nei periodi invernali (quando la 3(B-olo-idrossisteroide deidrogenasi raggiunge la massima attività) ed il minimo in estate. Data la stretta dipendenza dello sviluppo della callosità dall’attività endocrina del testicolo, sembra avvalorata l’ipotesi, sostenuta da De Kort (1971) su basi sperimentali, che la sensi¬ bilità del tessuto interstiziale alle gonadotropine e quindi la sua attività secernente diminuisce con l’aumento della temperatura ambientale.

Summary. The effects of temperature upon thè testicular interstitial tissue of Rana esculenta have heen documented in accordance with thè variations in thè activity of Leydig cells during thè seasonal cycle. In this study particular attention has been paid to thè sudanophilia and Schultz-positive cholesterol-lipids in thè inter¬ stitial tissue and to development of thumh pads ; thè thumb pads, as is well known, are a secondary sex character dependent upon thè endocrine activity of male gonads.

Sudanophilia and Schultz-positive lipids of thè interstitial tissue do not present annual variations, which condradicts thè data presented by other workers, while

(*) Lavoro eseguito con un contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche alla II Cattedra di Anatomia Comparata.

(**) II Cattedra di Anatomia Comparata, Istituto di Istologia ed Embriologia, Università di Napoli.

5

66

annual cyclic variations are noted in thè thumb pad. This organ attains its maximal development in winter (when thè 3[B-ol-hydroxysteroid dehydrogenase activity of thè interstitial tissiie is maximal) and minimal in summer. In view thè depen- dence thumb pads’ development upon thè testicular endocrine activity, thè hypothesis De Kort supported by experimental data, (1971) that thè sensitivity intestitial tissue to gonadotropins and hence its secretoy activity, diminishes with increasing temperature, seems to he notably correct.

Premessa.

Gli studi di Galgano (1936) e di altri AA. (cfr. Van Oordt, 1960) hanno messo in evidenza che nel testicolo di Rana esculenta si osserva un blocco dei processi di spermatogenesi durante i periodi invernali. L’entità e la durata di tale fenomeno sembrano dipendere esclusivamente dalla temperatura nel senso che essi divengono tanto più evidenti quanto più rigido è l’inverno. Se gli animali vengono tenuti, in questa stagione, in serra calda non solo la stasi si attenua, ma si possono instaurare dei normali processi spermatogenetici ( Galgano, 1936; De Kort, 1971).

In esemplari di Rana esculenta^ catturati in Olanda, è stato pos¬ sibile individuare un ciclo annuale anche per il tessuto interstiziale, basato sulle variazioni delle caratteristiche della sudanofilia e della reazione per il colesterolo (Lofts, 1964). Alla massima attività delle cellule di Leydig, valutata con i metodi sopraricordati, corrisponde il maggiore sviluppo della callosità del pollice, tipico carattere sessuale secondario del maschio degli anfibi anuri.

Il tessuto interstiziale sembra essere, al contrario della spermato¬ genesi, inibito dalle alte temperature. Questa osservazione era già stata fatta da Galgano (1936) che aveva messo in evidenza l’atrofia della callosità del pollice in maschi « invernali » allevati ad alta temperatura. Recentemente una analisi sperimentale degli effetti della temperatura sulle cellule di Leydig di Rana esculenta è stata condotta da De Kort (1971) il quale ha ampliato le osservazioni di Galgano ed ha avanzato l’ipotesi che le temperature estive provocano una diminuzione della sensibilità delle cellule interstiziali alle gonadotropine e quindi rallen¬ tano la loro attività endocrina.

Sulla scia di tali osservazioni, ci è sembrato utile seguire l’attività delle cellule interstiziali del testicolo durante il ciclo sessuale, studiando le variazioni parallele della callosità del pollice, in rane catturate nel

67

napoletano, in un ambiente, cioè, con periodi invernali più brevi e meno rigidi e periodi estivi più lunghi e caldi di quelli registrati in Olanda. Questo allo scopo di avere ulteriori indicazioni sulle modifi¬ cazioni osservate in queste cellule in rapporto alle condizioni ambientali.

Materiali e metodi.

Sono state utilizzate rane catturate nel napoletano ( Acerra) ogni venti giorni dall’ottobre 1970 al dicembre 1971. Gli animali venivano pesati e quindi sacrificati. Si prelevavano i testicoli e le callosità. 1 primi erano pesati e poi fissati parte in Bouin, per l’esame istologico (colorazione ematossilina-eosina), e parte in formolo-calcio per lo studio dei lipidi (colorazione Sudan) e del colesterolo (reazione di Schultz). Le callosità erano direttamente fissate nei due liquidi. Su quelle fissate in Bouin venivano eseguite le reazioni istochimiche per la localizzazione dei polisaccaridi (PAS, alcian) e delle proteine ( ninidrina-Schiff). Un certo numero di callosità veniva omogeneizzato in acqua distillata ed utilizzato per il dosaggio biochimico delle proteine (Lowry et al., 1951) e degli zuccheri neutri (reazione all’antrone ; cfr. Bische, 1955). Il contenuto di queste sostanze era espresso in rapporto al peso fresco (p/mg di tessuto fresco).

Risultati.

I risultati possono essere riassunti nei seguenti punti essenziali :

a) L’indice gonado-somatico varia significativamente durante il ciclo sessuale con un valore massimo nei mesi che precedono la riprodu¬ zione e valori minimi alla fine di tal periodo (Fig. 1). L’esame istologico dei testicoli dimostra la presenza di fenomeni di stasi solo nei mesi di gennaio e febbraio. In questo periodo nella maggior parte delle ampolle seminifere sono presenti nidi di spermatogoni o di spermatozoi. La spermatogenesi riprende attivissima a marzo e si mantiene tale nei mesi successivi.

b) La quantità di tessuto interstiziale è molto variabile da individuo ad individuo, anche se appartenenti allo stesso periodo del¬ l’anno. Le cellule di Leydig hanno un contenuto di materiale sudanofilo

68

molto vario, che risulta generalmente positivo alla reazione di Schultz. Le gocciole sudanofile sono quasi sempre più grandi nel periodo di giugno-luglio, alla fine, cioè, della riproduzione ; ma la variabilità individuale è cosi ampia da togliere praticamente ogni significato parti¬ colare a questa osservazione.

Non è stato possibile individuare un ciclo secernente delle cellule di Leydig utilizzando come parametri le caratteristiche della loro suda- nofilia e della positività alla reazione di Schultz.

Fig. 1 - Variazioni delFindice gonado-somatico ( x 1000) di Rana esculenta durante il ciclo sessuale. Sulle ascisse i mesi, sulle ordinate Findice gonado-somatico ( X 1000).

c) Ben evidente è, invece, il ciclo della callosità del pollice. Come mostrato nella Fig. 2, questa struttura raggiunge il massimo sviluppo nel periodo invernale, prima della riproduzione ; diminuisce poi progressivamente durante la stagione degli amori sino a luglio. A partire da questo periodo essa riprende il suo sviluppo ; il lungo periodo di recupero si protrae sino al febbraio successivo. Le modifi¬ cazioni istologiche consistono nella variazione dell’altezza dello strato

69

epidermico e delle cellule ghiandolari. Nel citoplasma di questi ele¬ menti abbondano i granuli di secreto quando la callosità raggiunge il suo maggior sviluppo e durante la riproduzione. In quest’ultimo periodo si riscontra del secreto anche nel lume delle ghiandole. AlFanalisi istochimica il secreto è PAS-positivo e contiene proteine ; sarebbe per¬ ciò formato da mucine neutre.

Fig. 2. Variazioni di alcune caratteristiche della callosità del pollice di Rana

esculenta^ nel corso del ciclo sessuale. ( - ) Diametro ghiandolare; ( - )

altezza delFepidermide e ( . .• ■) delle cellule ghiandolari.

Il contenuto in proteine e zuccheri neutri della callosità è più alto nel periodo in cui essa presenta il maggiore sviluppo e nello stadio successivo della riproduzione (Tabella 1).

70

TABELLA 1.

Variazioni del contenuto in proteine e zuccheri neutri nella callosità del pollice di Rana esculenta nel corso del ciclo sessuale.

Periodi

(in mesi)

I - II

III - VI

VII - X

XI - XII

Proteine ( espresse in pg/mg peso fresco)

220

218

70

160

Zuccheri ( espressi in pg di galattosio equ./ mg peso fresco)

6,35

5,23

5,17

4,65

Discussione e conclusioni.

Esiste in Rana esculenta un ciclo della callosità del pollice che non è però rapportabile ad un ciclo parallelo della sudanofilia e del contenuto in colesterolo nelle cellule di Leydig, a differenza di quanto descritto da Lofts per le rane catturate in Olanda (Lofts, 1964). Con ogni probabilità i criteri utilizzati per la valutazione dell’attività secernente di queste cellule non sono risultati idonei nel nostro caso. De Kort (1971) ha puntualizzato che per avere un indice più sicuro di una attività secernente nelle cellule di Leydig è necessario analizzare numerosi parametri (diametro dei nuclei, lipidi, colesterolo, attività della 3|3-olo-idrossisteroide deidrogenasi). Tra questi il più indicativo sembra essere lo studio della 3p-olo-idrossisteroide deidrogenasi, enzima chiave nella biosintesi degli ormoni steroidi. La sua attività nelle cellule di Leydig è infatti in stretto rapporto con lo sviluppo della callosità del pollice (Botte, 1964; De Kort, 1971),

De Kort (1971) conferma le osservazioni di Lofts (1964) che sosteneva la presenza, nelle rane catturate in Olanda, di due periodi di maggiore attività delle cellule interstiziali ; il primo, più evidente, nella stagione invernale ed il secondo in autunno. Ad entrambi questi periodi corrispondono due fasi di maggior sviluppo della callosità. La situazione appare differente nel nostro caso, perchè nella callosità si individua un solo periodo di maggior sviluppo, corrispondente ai mesi invernali.

71

La riduzione del volume della callosità nel periodo estivo sembra avvalorare l’ipotesi di una perdita della sensibilità alle gonadotropine da parte del tessuto interstiziale quando la temperatura ambientale au¬ menta (De Kort, 1971). Le ricerche sperimentali hanno dimostrato che la risposta alla iniezione di ICSH del tessuto interstiziale è decisamente più intensa in rane tenute a bassa temperatura ; in queste condizioni si osserva anche un notevole sviluppo della callosità del pollice. La somministrazione di questo ormone risulta invece poco efficace se effettuata a rane allevate a 24° C, o a rane « estive » allevate a 4°C ; quest ’ultima osservazione prospetterebbe la presenza di un pe¬ riodo refrattario che segue immediatamente la riproduzione ( De Kort, 1971).

In conclusione, sia le osservazioni condotte sul ciclo sessuale che i dati sperimentali sembrano indicare uno sfasamento nel comporta¬ mento del tessuto interstiziale e della spermatogenesi riguardo alle modi¬ ficazioni termiche stagionali e sperimentali.

BIBLIOGRAFIA

Botte V., 1964 - I lipidi e la ^^-3^-idr assister oide deidrogenasi nel tessuto intersti¬ ziale del testicolo di Rana esculenta durante il ciclo sessuale, ricerche istochi- miche. Atti Soc. Pelorit. Sci. fìs. mat. nat., 10, 521-528.

De Kort 1971 - Het interstitium testis bij de groene kikker, Rana esculenta

een histometrisch en histochemisch onderzoek. Grafisch Bedrijf Fa. Lammers en Zn. Terborg.

Bische, Z., 1955 - Color reactions for determination of sugars in polysaccharides. In; Methods of Biochemical analysis, D. Glick (ed.), Voi. Il, pp. 313-358.

Galgano M., 1936 V azione del freddo artificiale sulla spermatogenesi di Rana esculenta. L. Monit. Zool. Ital., 46, 273-283.

Lofts B., 1964 - Seasonal changes in thè functional activity of thè interstitial and spennato genetic tissues of thè green frog, Rana esculenta. Gen. compar. Endocrinol., 4, 550-562.

Lowry 0. H., Rosebrough N. J., Earr A, L. e Randall R. J., 1951 - Protein measurement with thè Folin phenol reagente J. Biol. Chem., 193, 265-275.

Van Oordt P. G. W.J., 1960 - The influence of internai and external factors in thè spermato genetic cycle in amphihia. Symp, Zool. Soc. London, 2, 29.

Licenziato alle stampe il 13 ottobre 1972.

M hb mmsnbh ju1, . \

H'*^ UaA <mii' Ib if,^lt«[|ri 9'ifixali!i7;/ij

.|rT-.'f “liÈièlH i»<l) ••atr)yjtt!j :-Tj(3iciRVml n||èr; »^'<ts**^!i''''’5^

* siiaifar »j«;i»««aeb9{t|

'l:ì^^*.&l!*ij|'^>„ .S^,tjwfe«:*'!*to5i^a«^^ .«ri.'MJiSi 'M'nsàM.:’ :>!( ittaUtbaX^

0:>WJ (>i(ì'J-''À^ ‘«Msif/jii ,_ii!>'\ .' .•i;l.YfljJ^/k^^ .(i,! '.’'>riij®i|.|

J»<[|;f>fo:rr’:tt

t5|ì,>

!.. ; ,. V . -'■ .„ ... ;, "T., i'?

, ^JU.ii^rUkUìin

^ Tìis .JlA.KxìyaM «^<■0 *.sr.t-' jAWtsS

it!lci^.«!M’E iWi'i^Kwì'

mì^i* ..<!P’k''’^‘ " ,4; ^Mmvi^''

' ^ ■■' itirV»M^ ^^5 *|ì*( H , 1 ìmvii^ ismtM

I !Aj6k?VL%«' . 4 irtli 4^j^ÙÌ'i'‘ 1. 1 /Wv4UV'

U‘U *') ^^^^^♦>’^'’ r.i »»loi<tì<):'s-'1^

Jl^ ;iHi4ìirgr^

«'là' '^‘■

à ■'' ,'^V S0t: * '‘" I '

Boll, Soc. Natur. in Napoli

voi. 81, 1972, pp, 73-82, 1 fig., 5 tavv.

Osservazioni sulla specie Bankia striata (Carezzi) (*)

Nota dei soci ELENA LUPERTO SINM (**) e GIUSTINO RICCHETTI (**)

(To'rnata del 31 marzo 1972)

Riassunto. Le osservazioni contenute in questa Nota, pongono in discussione Lattribuzione alla specie Bankia striata (Carozzi) delle forme fossili originariamente indicate col nome di « Organismo C » (Favre). I risultati ottenuti da studi condotti su materiale fossilifero proveniente dal M. Gargano e dal M. Alpi, nonché su illu¬ strazioni fornite da vari Autori, portano a concludere che la maggior parte delle forme fossili in questione possono esser più propriamente riferite ad alghe dasicla- dacee, appartenenti al genere Teutlo por ella Pia.

Résumé. On met en discussion Fattribution à Fespèce Bankia striata (Carozzi) des formes fossiles originairement attribués à Organismo C » (Favre). Sur la base des observations conduites sur le materie! fossilifere à disposition, provenant du M. Gargano et du M. Alpi, et sur les illustrations données par divers Auteurs, on conclude que la plus grande partie des formes fossiles en question peut étre plus proprement rapportée à des algues dasycladacées du genre Teutlopo- rella Pia.

Premessa.

In un precedente lavoro sono stati resi noti da uno di noi ( Ric- CHETTi, 1971) i primi risultati di ricerche stratigrafiche che Flstituto di Geologia e Paleontologia deU’Università di Bari ha di recente in¬ trapreso nel territorio del Monte Gargano. In sintesi, nel su menzionato lavoro è stata messa in evidenza la notevole importanza, sotto Faspetto cronostratigrafico, del ritrovamento di un livello fossilifero nella parte sommitale di una sequenza di età giurassica, costituita da strati e banchi di calcari oolitici, in facies di retroscogliera. I resti fossili che caratte-

(*) Lavoro eseguito e pubblicato con il contributo del C.N.R..

(**) Istituto di Geologia e Paleontologia delFUniversità di Bari.

74

rizzano tale livello sono rappresentati da forme di incerta sede siste¬ matica, complessivamente indicati nella letteratura coi nomi di « Orga¬ nismo C » (in Favre, 1927), poi di Vaginella striata (in Carozzi, 1954) e infine di Bankia striata (in Farinacci, 1963); si ricorda inoltre che la Radoicic (1959) ha ritenuto queste stesse forme grandi tintinnidi bentonici, di tipo aberrante.

Fin dalle prime osservazioni paleontologiche eseguite sul materiale fossilifero del Gargano fu però notata la notevole somiglianza che la maggior parte delle forme sopra citate hanno con alcune alghe Dasi- cladacee : ad esempio, con la Teutloporella socialis Praturlon (1963) e con la Clypeina caliciformis Nikler & SoKAC (1970). Tuttavia, in attesa di più precise documentazioni in merito, nel precedente lavoro, a tale somiglianza non fu fatto cenno perché, qualunque possa essere la posizione sistematica dell’a Organismo C » di Favre, resta ferma l’importanza cronostratigrafica del livello fossilifero trovato nel Gargano. Come è noto, le forme fossili in questione ricorrono in grande abbon¬ danza al passaggio fra il Giurassico e il Cretaceo, nelle serie neritiche carbonatiche in facies di retroscogliera.

Gli esami paleontologici condotti negli ultimi tempi su campioni provenienti dai livelli fossiliferi del Gargano e da quelli con V. striata del M. Alpi (Basilicata) descritti da Sartoni & Crescenti (1962), non¬ ché osservazioni compiute sulle illustrazioni esistenti in letteratura (Favre, op. cit.; Carozzi, op. cit. ; Sartoni & Crescenti, op. cit,; De Castro, 1962; Arikan, 1964; Roda, 1965; Sirna, 1968; Perko- NiG, 1968; Jagacic, 1970, ecc.) inducono gli autori di questa Nota a concludere che la maggior parte delle forme fossili finora attribuite air(( Organismo C » di Favre, a Vaginella striata, a tintinnidi aberranti e a Bankia striata appartengono in realtà a individui di una, o più, specie di un’alga Dasicladacea del genere Teutloporella.

Notizie sulle precedenti attribuzioni.

Le forme fossili costituenti l’oggetto di questa Nota furono ritrovate e descritte da Favre (op. cit.) che, nell’incertezza di una sicura attribuzione sistematica le indicò complessivamente col nome di « Organismo C ».

Più tardi Carozzi (op. cit.) ritenne il detto Organismo un resto di Pteropode e istituì la specie Vaginella striata. Segui l’attribuzione della Radoicic (op. cit.) ai Tintinnidi di tipo aberrante.

75

Infine, la Farinacci (op. cit.) mise in evidenza, con precise dimo¬ strazioni, Finfondatezza delle precedenti attribuzioni di Carozzi e della Radoicic e riferì, con qualche riserva, !’« Organismo C » di Favre a inserzioni calcaree situate all’estremità dei sifoni di un lamellibranco (da lei indicato come Bankia striata) appartenente alla famiglia delle Teredinidae,

In un recente lavoro di Sartoni (1968) vengono però esposte le prime perplessità riguardo all’attribuzione proposta dalla Farinacci; perplessità che, a parere dello stesso Sartoni non permettono ancora di attribuire Fa Organismo C » di Favre alle Teredinidae; secondo FA. (( Risulta, ad esempio, strano che di questa supposta Bankia si rinven- vengono livelli che costituiscono veri e propri ammassi di elementi scheletrici quali sono le palette (o calamuie) mentre manca ogni traccia della conchiglia. Non si comprende inoltre come questo genere Bankia^ di ampia diffusione geografica, sia sempre verticalmente limitato e loca¬ lizzato nella medesima posizione stratigrafica ; indi scompaia brusca¬ mente senza che di essa, o di forme affini, rimanga traccia nei successivi piani ( ad esempio del Cretaceo) depositatisi in egual condizioni ambien¬ tali, e alfine ricompaia molto più tardi nell’Eocene medio... ».

Fin qui i dati reperibili nella letteratura. Nei successivi paragrafi, gli autori di questa Nota espongono le loro osservazioni e considerazioni in argomento.

Osservazioni paleontologiche sull’attribuzione di A. Farinacci.

Ai dubbi espressi da Sartoni, che qui si ritiene di condividere pienamente, possono esser aggiunti quelli derivanti da alcune osserva¬ zioni di ordine sistematico. Infatti, l’attribuzione dell’a Organismo C » di Favre alle Teredinidae proposta dalla Farinacci, sembra essere in contrasto con i dati di osservazione qui di seguito riportati.

In Moore (1969, pag. 722) si legge che i teredinidi sono caratte¬ rizzati da : (( Siphons separate or United relatively short and burrow when siphons are withdrawn ». Le due calamuie ( « pallets ») risultano pertanto simmetriche Funa rispetto all’altra ; ciascuna di esse è priva di simmetria bilaterale e ancor più di simmetria radiale, a differenza di quanto si può dedurre dalla lettura della descrizione data dalla Fari¬ nacci. In particolare le calamuie di Bankia (Bankia) hanno (sempre in Moore, pag. 733)... « Margin serrated on inner face, smooth on outer

76

face and produced in inequal faterai awns, those on one side being 2 or 3 times lenght other ».

Ancora dalla bigliografia al riguardo (Moll, 1942; Tauber, 1954; Moore, op, cit.) si deduce che le calamuie di Bankia risultano più o meno schiacciate lateralmente, per cui le sezioni perpendicolari alla

Fig. 1. Rappresentazione grafica di calamuie del genere Bankia (elaborazione sui disegni e dalle descrizioni di Moll, 1942; di Moore, 1969; di Tauber, 1954; ecc.) ; a) lato esterno di una calamuia ; b) lato interno di una calamuia ; c) vista laterale di una coppia di calamuie ; d) vista dall’alto di una coppia di cala¬ muie ; e) sezione longitudinale di una calamuia ; f) sezioni trasversali di una calamuia.

direzione di allungamento hanno forma ovalare ; inoltre, che le stesse calamuie sono formate da coni inseriti su uno « stelo » centrale che conserva una sua individualità rispetto alle «lame» (fig. 1). Infatti, in Moore (pag. 732) si legge ancora: ...« Pallets elongate, composed

77

of numerous conelike elements built upon centrai stalk wich extends lenght of biade, cones separate and easily removed from stalk ».

Le forme riferite dalla Farinacci a B. striata come pure numerose forme figurate da altri autori, nonché quelle osservate nei campioni provenienti dai livelli fossiliferi del Gargano e del M. Alpi, mostrano però tutte una simmetria raggiata ; costolature sempre esterne ed evi¬ denti sull’intero margine circolare ( dato il tipo di simmetria) ; elementi conici che si inseriscono uno nell’altro, in parte ricoprendosi, ma che non si appoggiano mai su uno « stelo » centrale indipendente. Inoltre, almeno nei campioni provenienti dal Gargano e dal M. Alpi, le presunte calamuie si mostrano formate da un numero di elementi conici che può essere superiore a 8-10, in contrasto con quanto previsto nella descri¬ zione di B. striata ; infatti sono stati osservati individui costituiti anche da 20-25 elementi conici.

Sulla base delle considerazioni su esposte gli autori di questa Nota ritengono che non sia più accettabile, dal punto di vista sistematico, l’attribuzione dell’® Organismo C » di Favre a parti di calamele di B. striata.

Considerazioni conclusive.

Gli esami paleontologici fin qui condotti hanno messo in risalto alcuni elementi che potrebbero giustificare un’attribuzione delle forme fossili in questione a specie algali del genere Teutloporella. A tal ri¬ guardo si ricorda che già De Castro (1968) aveva espresso l’opinione che le forme indicate come B. striata dalla Farinacci potessero esser riferite ad alghe Dasicladacee.

La diagnosi di Pia (1912, pag. 37) per il genere Teutloporella è la seguente- ...«Die hieher gehorigen Arten sind grossenteils proverti- zillat, zum geringen Teil euvertizillat, Meist ist der trichophore Typus sehr deutlich entwickelt. Die Wirtelàste sind relativ dùnn und sehr zahlreich. Fast immer stehen sie ziemlich schràg gegen die Làngsachse. Ihr basaler Teil scheint als Sporangium gedient zu haben. Bei den spezialisierteren Arten setzt er sich ziemlich scharf von einem distalen, haarfòrmigen Teile ab, der die Assimilation besorgte. Die Tendenz zur Ausbildung von Metameren hòherer Ordnung àussert sich innerhalb unserer Gattung einerseits in der Entwicklung von "Wirtelserien (Teutlo¬ porella triasina), anderseits in dem Auftreten einer echten Annulation

-- 78 -

(Teutlo por ella vicentina). Die Verkalkung ist bald sehr stark, bald hochgradig riickgebildet (Teutloporella tennis). In betreff der unter- scheidenden Merkmale gegeniiber der in vielen Punkten ahnlichen Oligoporella sei auf die bei dieser gegebene Gegeniiberstellung ver- wiesen ».

La gran parte delle forme fossili contenute nei campioni di roccia provenienti dai livelli fossiliferi del Gargano e del M. Alpi presentano i caratteri sistematici indicati nella diagnosi di Pia ; lo stesso dicasi riguardo a numerose forme illustrate nella letteratura come a Organi¬ smo C », Vaginella striata e Bankia striata.

Nelle sezioni sottili esaminate, gli individui si mostrano in alcuni casi in ottimo stato di conservazione e in altri più o meno spatizzati ; in prevalenza presentano talli allungati, cilindrici, fortemente anulati e formati da metameri ( Tav. I). Sia la lunghezza dei talli che il numero dei metameri che compongono questi ultimi, risultano variati, eviden¬ temente in conseguenza del grado di frantumazione cui sono stati sotto¬ posti i talli stessi, prima della fossilizzazione.

Ogni metamero è rappresentato da un verticillo, formato da un raggruppamento di ramuli allungati e sottili, obliqui dal basso verso Paltò, in numero sicuramente molto elevato, che non è stato possibile calcolare con esattezza (Tav. II figg. 2 e 4; Tav. Ili figg. I, 2 e 4; Tav. IV). I rami, che presentano strozzature lungo il loro decorso (Tav. IV fig. 3) forse per una metamerizzazione di ordine superiore, si saldano fra loro alla base e per un primo tratto della loro lunghezza, così da formare una sorta di coppa o imbuto ; successivamente riacqui¬ stano la loro indipendenza, dopo di che si prolungano per un tratto più o meno lungo ( che non è stato possibile misurare) ; con tutta proba¬ bilità gli stessi rami si suddividono in ramuli di secondo e poi di terzo ordine (vedi le figure nella Tavola IV). Nei campioni esaminati non è stato possibile accertare se i verticilli siano formati da due o più serie di ramuli.

Ogni metamero, inoltre, ricopre per un breve tratto quello che lo segue distalmente, in maniera che singolarmente ogni metamero si adatta, almeno parzialmente, nel precedente.

A questo punto è opportuno precisare che il discorso in merito alla posizione sistematica dell’cc Organismo C » di Favre non deve rite¬ nersi concluso. Infatti, se ora appare abbastanza dimostrabile che la maggior parte delle forme esaminate possono esser riferite a individui algali del genere Teutloporella Pia, è pur vero che altre forme presen-

79

tano buone somiglianze morfologiche con specie del genere Clypeina i soprattutto con la C. caliciformis Nikler e SoKAc. Studi più appro¬ fonditi in tal senso si rendono necessari al fine di stabilire anche Feventuale appartenenza a tale genere di alcuni tipi riferiti finora aU’tt Organismo C ».

Per passare infine alPattribuzione specifica delle forme fossili che qui si propone di riferire al genere Teutlo por ella ^ si fa osservare che la maggior parte degli individui esaminati (in particolare, gli individui osservati nel materiale fossilifero proveniente dal Gargano e dal M. Alpi) hanno mostrato le tipiche caratteristiche morfologiche e strutturali della T. socialis^ istituita da Praturlon (op. cit.) ; anche se, nei campioni studiati, non è stato possibile accertare (come è stato già accennato) se ogni verticillo sia effettivamente « formato da due (molto raramente tre) serie regolari alterne di ramuli ( disposizione in verticilli biseriati alterni) », come è indicato nella diagnosi esposta da Praturlon.

In conseguenza di quanto è stato su riferito, si ritiene di dover oggi indicare col nome di « strati con Teutlo por ella socialis Praturlon » i livelli fossiliferi del Gargano, definiti in una precedente Nota ( Ric- CHETTi, 1971) come «strati a Bankia striata (Carozzi)»; lo stesso dicasi per gli analoghi livelli del M. Alpi. Per i pure analoghi livelli già noti in molte successioni giura-cretacee del bacino del Mediterraneo, si rendono ora necessari più approfonditi esami paleontologici volti ad accertare l’identità delle forme fossili sinora attribuite a B. striata.

BIBLIOGRAFIA

Arikan Y., 1964 - Elude geologique de la chaìne Grand Credo-Vuache [Ain Haute Savoie, France). EcL GeoL Helv., 57, 1, pp. 1-74, Basilea.

Cakozzi a,, 1954 - L’organisme « C » /, Favre (1927) est une aVaginella)) portlan- dienne. Arch. des Sciences, 7, 3, pp. 107-111, Genève.

Carozzi A., 1954 - Survivance du genre Teutloporella dans le Jurassique supérieur recifal du Grand Salève. Arch. des Sciences Genève, p. 319, Genève.

Carozzi A., 1955 Dnsicladacées du Jurassique supérieur du bassin de Genève. EcL Geol. Helv., 48, pp. 31-67, Basilea.

De Castro P., 1962 - Il Giura-Lias dei Monti Lattari e dei rilievi ad ovest della valle deirirno e della piana di Montuoro. Boll. Soc. Nat. Napoli, 71, pp. 3-34, Napoli.

De Castro P., 1968 - Stratigraphic sequence in thè carbonate platform Campania Apennines. Comunicazione inedita presentata in occasione dell’Escursione nel- l’Appennino campano-molisano (16-20 aprile 1968) indetta dall’Istituto di Geo¬ logia deirUniversità di Napoli.

80

Defalire Ph., 1958 - Contribution à Vétude strati graphique et micropaleontologique du Jurassique et du Neocomien de rAquitaine à la Provence. Rev. de MicropaL, 1, 2, pp. 87-115, Paris.

Farinacci A., 1963 - « Vorganismo C » Favre 1927 appartiene alle Teredinidae? Geologica Romana, 2, pp. 151-178, Roma.

Farinacci A. & Radoicic R., 1964 - Correlazioni tra serie giuresi e cretacee del- V Appennino centrale e delle Dinaridi esterne. Rie. Scient., s. 2 (pari. II-A), 7, pp. 269-300, Roma.

Favre J. & Richard A., 1927 - Etude du Jurassique supérieur de Pierre-Chàtel et de la eluse de la Balme (Jura meridional). Mem. Soc. Paléont. Suisse, 46, pp. 1-38, Genève.

Franc a., 1960 - Classe des Bivalves. In: Grasse P. P. - Traité de Zoologie, tome V, fase. 2, pp. 1845-2164. Masson, Paris.

Jagacic T., 1970 - Geoloski odnovi otoka Lastovo. Geoloski Vjesnik, 23, Zagreb.

Mole F., 1942 - Teredinidae. Fossilium Catalogus, p. 95, pp. 89, Feller Neubram- denburg.

Mole F., 1942 - Die fossilen terediniden und iìire Bezieung zu den rezenten Arten. Palaeontographica, bd. 94, abt. A., pp. 134-153, Stuttgart.

Moore R. C. & altri, 1969 - Treatise on Invertebrate Paleontology : Mollusco Bivalvia. University of Kansas.

Nikeer L. & SoKAC B., 1970 - Clypeina caliciformis n. sp., a new calcareous alga (Dasycladaceae) from thè Upper Jurassic of thè Lastovo Island. Geoloski Vjesnik, 23, pp. 1301-1443. Zagreb.

Pia J., 1912 - Neue Studien uber die triadischen Siphoneae verticillatae. Beitr. 2.\ Palaont. und. Geol. Oesterreich ; Ungarus und des Orientes 25, H. 1, pp. 25-85, Vienna.

Pia J-, 1920 - Die Siphoneae verticillatae von Karbon bis zur kreide. Abr. Zoo!., Botan. Geselì. in Wien, XI, H, 2, pp. 1-263, Vienna.

Pia J., 1927 - Tallophita. In: Hirmar - Handbuch der Paleobotanik, voi. I, Monaco.

Prateireon a., 1963 - Una nuova Teutloporella [Alga calcarea) nel Giurese superiore di Monte Corno {Parco Nazionale d'Abruzzo). Geologica Romana, 2, pp. 199-206, Roma.

Radoicic R., 1959 - Krupne tintinine - Champbelliella nov. gen. i Daturellina nov. gen. - preliminarna beleska. Bull. Serv. Geol. Geoph. R. P. Serbie, 17, pp. 79-86, Beograd.

Radoicic R., 1960 - Microfacies du Cretace et du Paleogene des Dinarides externes de Yugloslavie. Paleont. Din. terg., s. A, 4, 1, pp. 35, Titograd.

Radoicic R., 1963 - Hadziella setae gen. nov., spec. nov. of aberrant Tintinnae. C. R. Seane Soc. Serbe de Géol. (années 1960 e 1961), pp. 193-194, Beograd.

Radoicic R., 1969 - Jurassic and cretaceous dasycladaceae of Eastern Serbia. Vesn. Zavoda za Geol. i Geof. Istrazivanja, s. A, n. 27, pp. 177-189.

Ricchetti G., 1970 - Segnalazione di strati con Bankia striata {Carozzi) nei calcari oolitici del Monte Gargano. Boll. Soc. Geol. It., 90, pp. 283-291, Roma.

Roda C., 1965 - Il calcare portlandiano a Dasycladacee di Monte Mutolo {Reggio Ca¬ labria). Geologica Romana, 4, pp. 259-290, Roma.

Sartoni S. & Crescenti U., 1962 - Ricerche biostrati grafiche nel mesozoico del- r Appennino meridionale. Giorn. di Geologia, s. 2, 29, pp. 161-302, Bologna.

81

Sartoni S., 1965 - Stratigrafia dei terreni sedimentari del foglio 208 Dorgali. Gior¬ nale di Geologia, s. 2, 33, n. 1, pp. 159-173, Bologna.

Sjrna G., 1968 " Gasteropodi nel titonico superiore della Morsica Orientale (Abruzzo). Geologica Romana, 7, pp. 157-182, Roma.

Tauber a. F., 1954 - Die fossilen Terediniden der Burgenlandischen und Niederoster- reichischen Tertiarablalgerungen. Wiss. Arb. Burgerland, 3, pp, 1-59, Bur gerland.

Licenziato alle stampe il 13 ottobre 1972.

6

TAVOLA I

Fig. 1. Calcare a Teutloporella socialis Praturlon.

Località di provenienza : Monte Gargano, strada S, Giovanni Rotondo - Lagnano Varano.

X 12 circa.

Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1972

Luperto SiNNi E. - Osservazioni sulla specie Bankia striata, ecc. Tav. I

TAVOLA II

Fig. 1. Teutloporella socialis Praturlon. Sezione leggermente obliqua rispetto all’asse di allungamento ; si può notare il tallo allungato composto da metameri ; parte del canale assiale ( in alto negli ultimi metameri) ; la traccia dei ramuli sottili tagliati in sezione longitudinale.

X 25 circa.

Fig. 2. Idem.

X 30 circa.

Fig. 3. Idem. Sezione assiale: è evidente !’« undulatio ».

X 15 circa.

Fig. 4. Idem. Sezione longitudinale, esterna rispetto al canale centrale: sono evidenti i ramuli nei verticilli.

X 25 circa.

Località di provenienza: Monte Gargano, strada S. Giovanni Rotondo - Lagnano Varano.

Boll. Soc. Natur, in Napoli, 1972 Lupkrto Sinni E. - Osservazioni sulla

specie Bankia sLriata, ecc. Tav. II

3

4

TAVOLA 111

Fig. 1. T eutloporella socialis Praturlon. Sezione trasversale: è possibile vedere

la traccia di alcuni metameri uno dentro l’altro ; sono visibili in alto

i ramuli sottili, alcuni dei quali appaiono suddivisi in ramuli di se¬ condo ordine.

X 30 circa.

Fig. 2. Idem. Sezione quasi perpendicolare alFasse di allungamento del tallo

(la sezione passa evidentemente nella parte alta di un metamero): sono

evidenti i ramuli,

X 30 circa.

Fig. 3. Idem. Sezione subassiale.

X 30 circa.

Fig. 4. Idem. Sezione subassiale,

X 15 circa.

Località di provenienza: Monte Gargano, strada S. Giovanni Rotondo - Lagnano Varano.

Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1972

LuFERto Sinni e. - Osservazioni sulla specie Bankia striata, ecc. Tav. TU

Fig. 1.

Fig. 2.

Fig. 3.

Fig. 4.

TAVOLA IV

Teutloporella socialis Pratuklon. Sezione molto obliqua: la sezione taglia longitudinalmente i ramuli che formano un verticillo.

X 45 circa,

Idem. I ramuli che formano il verticillo mostrano lungo il loro per¬ corso delle strozzature.

X 45 circa.

Idem. Sezione trasversale obliqua attraverso due verticilli, l’uno nel¬ l’altro : sono visibili i ramuli suddivisi in ramuli di primo e secondo ordine, con strozzature lungo il percorso.

X 45 circa.

Idem. Sezione trasversale.

X 45 circa.

Località di provenienza ; Monte Gargano, strada S. Giovanni Rotondo Lagnano Varano,

Boll. Soc. Natur. in Napoli, 1972

Lufekto SiNNi E. - Osservazioni sulla specie Bankia striata, ecc. Tav. IV

TAVOLA V

Fig. 1. Calcare a Teutloporella socialis. Frammento di Clypeina jurassica Favre X 30 circa.

Fig. 2. Idem.

X 30 circa.

Fig. 3. ledm. Salpingoporella carpathica Dragastan.

X 45 circa.

Fig. 4. Idem.

X 45 circa.

Località di provenienza; Monte Gargano, strada S. Giovanni Rotondo - Lagnano Varano.

ìBoIL Soc. Natur. in Napoli, 1972

Luperto Sinnì e. - Osservazioni sulla specie Bankia striata, ecc. Tav. V

3

I

4

Boll, Soc. Natur. in Napoli

voi, 81, 1972, pp. 83-116, 2 figg., 7 tavv.

La Grotta del!"Ausino (SA) -Genesi, morfologia e primo contributo di preistoria

Nota dei soci S. DI NOCERA, A. PICIOCCHI, A. RODRIQUEZ

(Tornata del 30 giugno 1972)

Riassunto. Si descrive la Grotta dell’Ausino (Salerno) dal punto di vista geomorfologico e si riportano gli studi effettuati sui sedimenti e sui reperti paietno¬ logici ritrovati in una cavità nei pressi delFingresso.

La Grotta può essere definita come una « cavità composta » con « gallerie di interstrato » alternate a « gallerie inverse », e la sua evoluzione può essere riferita alle ultime fasi del Wiirm.

Il meccanismo di deposizione dei sedimenti fluviali e piroclastici ritrovati è stato influenzato nella parte bassa del deposito da un notevole apporto di materiali provenienti dalPesterno, mentre nella parte alta risente di successivi rimaneggiamenti.

I materiali litici, ceramici ed ossei testimoniano la continua presenza deU’uomo dal Paleolitico medio (Mousteriano) fino a tutto il Bronzo. Particolare risalto rive¬ stono la cultura Gravettiana del Paleolitico superiore con una ricca produzione di strumenti ossei, il Neolitico, con la ceramica dello stile di Diano e le frecce di Ripoli, nonché la cultura Appenninica del Bronzo.

Summary. Authors describe thè Ausino Cave (Salerno) from a geomorfo- logical point of view and make reference to their study on deposits and paletnological findings in a secundary cave near entrance of thè main one.

Karst morfology consists of an alternatig sequence of interstratal and invers cavities. The karst processes should be of Wiirm age. Woreover, depositional mechanisms of fluvial and pyroclastic materials are described. Findings of chert, pottery and bone manufacts testify uninterrupted presence of Man from thè Middle Paleolithic (Mousterian) to thè « Bronze Age ».

Premessa

Nel corso di un programma di ricerche organizzato dal Gruppo Speleologico del C.A.I. di Napoli per la esplorazione sistematica delle cavità carsiche del Massiccio dell’Albunno, è stato sviluppato lo studio della grotta dell’Ausino al fine di ampliare le conoscenze della più nota Grotta di Castelcivita.

84

Nel presente lavoro vengono particolarmente presi in esame gli aspetti morfologici e genetici della cavità, e viene esposto una prima serie di risultati sui reperti paietnologici presenti in essa.

Il rilievo topografico è stato effettuato da A. Nardella ; le consi¬ derazioni geomorfologiche sono state eseguite da A. Rodriquez ; lo studio dei sedimenti è stato compiuto da S. Di Nocera, mentre A. Piciocchi ha sviluppato la parte di preistoria.

Gli autori ringraziano tutti i componenti il Gruppo Speleologico del C.A.I. di Napoli per Paiuto portato nel corso della esplorazione e dello scavo. Un particolare ringraziamento va rivolto al Prof. P. ScANDONE per i suoi utili consigli sia durante il lavoro di campagna che nel corso della elaborazione dei dati.

Descrizione della Grotta

Sul versante sud-occidentale del Massiccio delPAlburno, presso la Grotta di Castelcivita, a quota leggermente più bassa di questa, pochi metri sopra il livello del Fiume Calore, si apre la Grotta dell’ Ausino (coordinate: long. 45’ 22”; lat. 40° 29’ 39” F 198 II NO, Castelcivita) la quale si estende nella massa dei calcari per quasi 390 metri. Essa presenta un notevole interesse oltre che per gli aspetti morfologici, principalmente per l’abhondanza di reperti paleontologici e paletno- logici ritrovati.

Le condizioni tettoniche non presentano alcuna particolarità ; le direzioni sono quelle caratteristiche dei massicci calcarei meridionali, appenninica e tirrenica, affiancate da grosse linee di frattura di dire¬ zione E-W ; è, inoltre, presente un allineamento di fratture in dire¬ zione N 70° E, cui corrisponde, alPesterno, la grossa incisione ben visibile immediatamente a NW dell’ingresso della Grotta. Non sono visibili grosse dislocazioni, se si eccettua la faglia evidentissima NW-SE che ha ribassato il piano su cui corre il fiume rispetto al piano della Grotta.

La Grotta è formata da un tronco principale non rettilineo e da numerose diramazioni laterali. Si descrive in breve l’aspetto della gal¬ leria principale.

L’ingresso si apre a quota 71 m lungo una linea di faglia ad an¬ damento NW-SE con ribassamento verso SW, in una caratteristica breccia di frizione, a circa IO m dalla superficie di un laghetto di

85

forma ovale posto sulla riva destra del fiume, che, in quel tratto, scorre alla quota di 65 m slm. Di lato all’ingresso, in basso, sono ben visibili gli strati della roccia con direzione N 60°, immergenti a SW ed inclinati di 25°, i quali, anche neU’interno, ben di rado restano coperti dalle incrostazioni.

Dopo un tratto iniziale di circa 20 m in direzione SW-NE, sulla sinistra una grossa cavità è quasi riempita da materiale sabbioso e ciottoloso, contenente abbondantissimi reperti paleontologici e paletno- logici rimaneggiati. Da una apertura nel soffitto si accede ad uno stretto cunicolo, indicato nella planimetria come ramo A. A destra, invece, in direzione NW-SE, dopo una caratteristica forma di erosione a fungo, la grotta continua con una galleria per circa 70 m, in discesa, fino ad un laghetto posto circa alla stessa quota di quello di ingresso. In questo tratto, specie lungo la parte settentrionale, sono presenti grossi blocchi di roccia crollati e sulla riva del laghetto, sempre lungo la parete nord, è visibile un deposito di materiale ciottoloso arroton¬ dato, comentato da materiale tufaceo e contenente alcune selci lavorate di tipo mousteriano.

Sulla parete ovest del laghetto si apre un cunicolo, indicato in planimetria come ramo B, molto tortuoso.

Attraversato il lago, si piega bruscamente verso NE ed il pavi¬ mento è praticamente costituito dalla faccia degli strati ; nella parte inferiore di questo tratto e per tutto il tratto precedentemente de¬ scritto a partire dal «fungo», è sempre riconoscibile in basso una sezione efforativa, mentre nella parte alta le forme appaiono più vecchie, sono presenti grosse concrezioni e qualche diramazione laterale di secon¬ daria importanza. Nella volta si apre una grossa cavità verticale a forma di imbuto rovesciato, le cui pareti sono rivestite da ciottoli arrotondati di materiale flyschioide ed il cui apice è situato a pochi metri dalla superficie esterna.

Sulla destra, verso NE, si apre un lungo cunicolo, a sezione co¬ stantemente circolare, indicato in planimetria come ramo C.

Il ramo principale della grotta continua, dopo uno stretto passaggio, con un altro sistema di cavità, allungato nella stessa direzione, posto allo stesso livello del piano superiore della cavità precedente. Questa parte terminale presenta anch’essa una forte pendenza, raggiungendo la quota di 93 m a pochi metri dalla superficie, come è avvalorato dal fatto che neU’ultimo tratto pende dal soffitto una fitta rete di radici secondarie.

86

In quest’ultimo tratto si aprono, nella parete orientale, due dira¬ mazioni laterali, indicate in planimetria come ramo D e ramo E,

Proprio nella parte terminale è ancora più evidente la morfologia di crollo, con grossi blocchi di roccia fra i quali sono stati rinvenuti interessanti resti di animali, con ogni probabilità trasportati dall’acqua o caduti direttamente in questa cavità in un periodo in cui essa doveva essere in comunicazione con l’esterno.

Di particolare importanza si presenta il tratto intermedio della grotta, immediatamente dopo il laghetto. Proprio in questo tratto, più che altrove, è visibile la sovrapposizione dei livelli che testimoniano due momenti ben precisi della evoluzione della grotta. Il piano, supe¬ riore, infatti, si spinge fino al margine NE del lago, proprio all’im¬ boccatura del ramo ascendente della galleria principale, ed è ben conservato un conglomerato a grossi ciottoli di materiale in prevalenza flyschioide, accumulato in questo tratto della grotta, quando ancora non si era sviluppato il percorso inferiore così come appare oggi, e proveniente dalla grossa apertura imbutiforme presente nel soffitto in corrispondenza della sezione segnata con n. 10 in planimetria. Il piano inferiore, invece, presenta gli aspetti caratteristici di percorso efforativo, con forme arrotondate, pareti lisce, sezioni tondeggianti. È anche evi¬ dente la maturità del ramo superiore rispetto a quello inferiore più giovane (si noti a riguardo la presenza del diverticolo in alto in posi¬ zione N-S molto ricco di concrezioni, ramo F., contrapposto al pozzo ver¬ ticale presente nella parte più elevata della parete SE).

Per quanto riguarda le diramazioni più importanti, si può dire quanto segue :

Ramo A : Vi si accede da una stretta apertura posta su una cengia della parete W della saletta a sinistra dopo il corridoio d’ingresso. Si sviluppa in direzione SW-NE nel tratto iniziale, S-N nel tratto inter¬ medio ed ancora in direzione NE-SW in quello finale. Quest’ultimo è in rapporto con la caratteristica direzione di frattura N 70° E presente, fra l’altro, anche nella grossa nicchia posta sulla parete W della stessa saletta, nella quale è visibile una grossa frattura riempita di materiale di provenienza esterna, lungo la quale sono penetrate le estremità delle radici secondarie delle piante che si trovano nel vallone esterno.

Il cunicolo è molto contorto, si percorre con difficoltà a causa della sezione angusta e delle concrezioni presenti nel tratto intermedio. Nella parte finale è presente una cavità chiusa, con il fondo molto inclinato, formato da materiale sabbioso.

87

Ramo B i L’ingresso è aperto sul fondo di un ampio sgrottamento posto sulla parete W del laghetto, con il quale comunica attraverso una stretta apertura in basso. Il cunicolo è percorribile solo in periodo di massima magra, presenta numerosi tratti a sifone, con piccole pozze d’acqua. La sezione è quasi sempre circolare ; pressoché assenti le con¬ crezioni ( se ne notano pochissime e solo nel tratto intermedio che è quasi sempre all’asciutto) e le direzioni prevalenti sono quelle terrenica ed appenninica.

L’ultimo tratto è posto al di sotto del livello del lago con il quale il cunicolo comunica : è, perciò, percorribile solo con autorespiratore. Esso termina con un pozzo verticale che si sprofonda oltre trenta metri al di sotto del livello libero dell’acqua. Si tratta, senza dubbio, di un fusoide, formatosi contemporaneamente agii altri, con i quali è pro¬ babilmente in comunicazione, ed invaso dalle acque in un periodo successivo.

Ramo C : Rappresenta il tratto più importante per comprendere la genesi della grotta. Presenta la tipica sezione elforativa, circolare, il cui diametro si mantiene costantemente intorno a 1,60 - 1,70 m; la sezione tende a slargarsi in corrispondenza dell’ampia curva e si allarga, come è da aspettarsi, nella parte concava della curva stessa. Dopo una quindicina di metri, il cunicolo è interrotto da un salto verticale e si affaccia in un vano allungato in una direzione originatasi dalla fusione di più ortovacui il cui fondo è sempre occupato dall’acqua ; l’intero complesso, indicato in planimetria come piano inferiore, non è prati¬ cabile in periodi di piena. In periodi di magra restano all’asciutto il fondo del fusoide in comunicazione con la caverna principale ed il cunicolo di comunicazione ; resta sempre acqua, invece, nel fondo del fusoide del cunicolo C e nel fondo dell’altro fusoide più piccolo, posto a NW degli altri due.

Dal cunicolo C, con l’ausilio di un ponticello mobile, si può supe¬ rare l’interruzione del fusoide e passare in uno stretto cunicolo che prolunga il ramo C ed in breve termina con un altro fusoide, sfasato rispetto al primo in altezza, spostato parallelamente a SE, ed in comu¬ nicazione con esso anche verso il basso (vedi sez. trasv. n. 11). Da quest’ultimo fusoide, infine, si può passare in un altro piccolo fusoide, allungato nella stessa direzione ; esso si sviluppa molto in altezza, raggiungendo quasi la quota esterna, e si presenta quasi completamente riempito dello stesso materiale ciottoloso flyschioide descritto prima (vedi sez. 16).

88

Attraverso due aperture nella volta del cunicolo C, a otto metri circa dall’ingresso, si accede al settore orientale del piano superiore. Nella parte più orientale di esso, proprio sopra la sottile lama calcarea che forma la volta del cunicolo sottostante, si nota uno strato di mate¬ riale tufaceo, giallastro il cui spessore, in corrispondenza del cunicolo, raggiunge una quarantina di centimetri, mentre più a S di esso oltre¬ passa i quattro metri, riempendo una preesistente cavità nel calcare ; sul tufo è posta sabbia per uno spessore di quasi 50 cm. La deposizione del tufo e della sabbia è posteriore a quella del conglomerato a grossi ciottoli di diametro variabile da qualche centimetro a 30 centimetri e più, costituiti da materiale sia flyschioide che calcareo. Proprio all’al¬ tezza dell’apertura maggiore è visibile il contatto fra i tre termini litologici in parola : un sottile strato calcitico ricopre tutti e tre i termini. Spostandosi verso occidente, cioè verso la caverna principale, la potenza del conglomerato aumenta progressivamente fino a raggiun¬ gere alcuni metri di spessore. Il conglomerato è presente anche nell’altro lembo del piano superiore, sospeso sulla parete NW della caverna prin¬ cipale : la potenza, in questo tratto, è senz’altro minore e diminuisce mano a mano che si allontana dall’asse centrale. Anche se non si nota chiaramente una classazione in seno a questi materiali, data la posi¬ zione del deposito, la sua forma e la sua giacitura, è evidente che debba trattarsi di materiali provenienti dall’alto che, attraverso l’aper¬ tura imbutiforme più volte nominata (vedi sez. 10), si sono depositati nella cavità preesistente a formare un grosso cumulo. Da notare che tale cavità imbutiforme ed il più piccolo dei fusoidi (visibile in sez. 16) si trovano allineati in direzione N 70° E.

In definitiva, perciò, la parte superiore della caverna dovette in parte essere riempita da materiale ciottoloso proveniente dall’esterno e pervenutovi attraverso le due aperture anzidette : in un secondo mo¬ mento, poi, il tufo e la sabbia vennero a cementare i materiali deposti ed a riempire gli spazi lasciati vuoti da questi.

Ramo D : Rappresenta il ramo più importante della vecchia grotta. Nel tratto iniziale si presenta come cavità di interstrato, con morfologia di crollo, forme invecchiate, numerose grosse concrezioni sulla volta e sul pavimento. Nella parete terminale è presente una grossa fenditura allungata verso l’alto, chiusa dalla parte dell’apice e verso il retro da materiale di crollo.

89

Ramo E i È il più ricco di concrezioni : nella parte iniziale è formato da uno stretto cunicolo, a stento percorribile, mentre nella parte terminale si aprono due ampie cavità di crollo, con ricchissime incro¬ stazioni stalagmitiche ed un fitto intreccio di stalattiti e stalagmiti. Anche se non visibile nè, dato l’andamento e la quota, dimostrabile una comunicazione con l’esterno, questa non è da escludersi del tutto a causa di una forte corrente d’aria che spira costantemente nel tratto iniziale più stretto.

Osservazioni sui materiali depositati

Il deposito presente nella cavità a sinistra dell’ingresso è stato fatto oggetto di una serie di osservazioni di dettaglio articolate al fine di chiarire la provenienza del materiale, il meccanismo di deposizione ed inoltre in quale misura le acque del fiume Calore da una parte e le acque della falda dall’altra, abbiano partecipato alla formazione di questo deposito.

Per tale ragione, dopo una serie di saggi di scavo eseguiti sulla superficie del deposito, sono state scelte le zone più idonee per trac¬ ciare due sezioni disposte tra loro con un angolo di 60° (fig- !)•

Sono stati distinti ben tredici livelli che di seguito vengono descritti secondo la successione dal basso verso l’alto :

1 - Sabbia sottilmente stratificata a grana media, di colore gial¬ lastro, ben classata e con scarsa matrice, inclinata di 30° (misura che rientra nei valori normali dell’angolo di scarpata di tali materiali), con spessore di 40 cm circa. Il limite tra questo termine ed il successivo è segnato da una superficie di alterazione.

la - Sabbie a grana media e fina di colore giallo bruno, con ab¬ bondante matrice argillosa, talvolta intercalate a sottili livelli di con¬ crezioni calcitiche. In particolare, nella parte bassa del deposito si nota una sottile stratificazione che conserva la medesima immersione delle sabbie del deposito I, ma con inclinazione leggermente inferiore.

Ib - Argilla tufacea in cui solo a tratti è stato possibile ricono¬ scere qualche accenno di stratificazione; lo spessore massimo è di 60 cm.

2 - Lente irregolare di sabbia argillosa, mediamente cementata, contenente numerosi frammenti di concrezioni calcaree in cui non è stato possibile riconoscere alcuna stratificazione. Nei punti più alti lo spessore raggiunge i 30 cm.

^ 90

Fig. 1. - Ricostruzione stereografica della successione dei depositi rinvenuti nella caverna nei pressi dell’ingresso.

91

2 a - Sabbia grossolana con sottile laminazione sub-parallela, di co¬ lore grigio scuro, ben cementata; talvolta sono presenti piccole concen¬ trazioni di ciottoletti arrotondati di flysch, e sottili lame concrezionate. Queste sabbie si chiudono contro il termine 2 ; lo spessore varia da 3 a 10 cm; alla base, è evidente una superficie di erosione che mette in risalto una discordanza angolare tra la laminazione presente in tale livello e gli straterelli costituenti il termine sottostante.

3 - Alternanza di sabbie e sabbie argillose di colore grigio scuro con laminazione sub-parallela nella sezione 1. Nella sezione II queste sabbie si chiudono contro la lente su descritta e ricompaiono al di di essa contro la parete. Spessore massimo 30 cm.

4 - Sabbia argillosa sottilmente laminata con andamento parallelo a quello del termine sottostante, di colore grigio e rari frammenti di carbone ; è appena visibile una laminazione obliqua a piccola scala nella sezione IL Lo spessore nella sezione I è di 18 cm, mentre rag¬ giunge i 30 cm nella sezione IL

5 - Sabbia a grana molto fine di colore rosso bruno, con abbon¬ dante matrice siltosa inglobante piccoli frammenti calcarei di crollo e sottili lame concrezionate. Tali sabbie mostrano una evidente lami¬ nazione obliqua a piccola scala; spessore variabile da 2 a IO cm. Tale termine compare solo nella sezione I.

6 - Sabbia a grana fine di colore rosso bruno con concentrazioni più argillose, con abbondanti frammenti di carbone. Spesso tale deposito mostra una laminazione sub-parallela. Spessore da 5 a IO cm.

7 - Canale artificiale profondo 35 cm e largo 15 cm, colmo di sedimento simile a quello contenuto nel livello n. 6, alla base, e a quello del livello n. 8 nella parte alta.

8 - Alternanza di sabbie ed argille a luoghi con sottile laminazione parallela, non mancano numerosi frammenti di carbone diffusi in tutto il livello. Sono presenti piccoli nuclei arrotondati di tufo ed irregolari frammenti calcarei di crollo e ciottoli arrotondati di flysch con dimen¬ zioni variabili da qualche cm fino a 35 cm di diametro. Spessore mas¬ simo 65 cm.

9 - Sabbia con i medesimi caratteri del livello precedente ma più regolarmente stratificata ; mancano le porzioni argillose. Spessore com¬ plessivo 20 cm.

10 - Intercalazioni di sabbia, sabbia argillosa, argilla siltosa di colore giallastro e grigio scuro con abbondanti frammenti di carbone e

~ 92

ciottoli arrotondati di tufo, verso l’alto è presente una laminazione pa¬ rallela a piccola e grande scala. Spessore 45 cm.

La giacitura dei livelli descritti in precedenza ci permette di avanzare una prima ipotesi di carattere generale e contribuisce a distin¬ guere nell’ambito dei materiali costituenti il deposito due diversi mec¬ canismi di deposizione che hanno agito in tempi successivi. Gli strati posti alla base (1, la, Ib) sono costituiti da materiali provenienti dal¬ l’esterno e pervenuti nella cavità attraverso la frattura esistente nella volta. I livelli dal 2 fino al più alto della successione si sono formati a spese del materiale depositato dalle acque del fiume Calore che perio¬ dicamente hanno allagato questo ramo della grotta. La sabbia del livello 1, che rappresenta il primo sedimento depositato nella cavità, provenendo dall’alto, ha formato un conoide appoggiato alla parete. Successivamente si sono depositati i materiali la, Ib, discordanti sul deposito sottostante, con inclinazione decrescente mano a mano che ci si allontana dal punto di arrivo del materiale.

Tale meccanismo è avvalorato anche dal fatto che il livello Ib è presente solo nella sezione II, ed essendo l’ultimo materiale arrivato, occupa il margine più esterno del conoide.

Con ogni probabilità la plasticità che caratterizza il materiale del livello Ib, è stata la causa prima della occlusione della frattura. Per questa ragione le dimensioni del conoide sono rimaste invariate fino a che la cavità non è stata invasa, in epoche successive, da una grande massa d’acqua che, provenendo dall’interno delia grotta, ha troncato la parte alta del deposito, cambiandone completamente la morfologia. Da questo momento in poi la deposizione avviene esclusivamente ad opera delle acque del fiume Calore, mentre le modificazioni successive subite dai materiali depositati sono da imputare all’azione erosiva delle acque legate alle variazioni di regime della falda.

Infatti le strutture sedimentarie presenti nell’ambito di ciascun li¬ vello sono caratteristiche di un meccanismo deposizionale a bassa energia cinetica, che può essere collegato solo con le periodiche variazioni del livello del fiume. Le acque provenienti dall’interno della grotta, invece, collegate all’innescarsi di un sifone, e perciò fornite di elevata energia cinetica, avrebbero potuto erodere o al massimo elaborare localmente i materiali depositati.

In ogni caso, l’effetto dell’azione erosiva è risultato maggiore nella parte più avanzata di ciascun livello, mentre nei punti più arretrati, diminuendo l’energia delle acque, la quantità del materiale asportato

93

è stata sempre inferiore a quello depositato. Per questa ragione gli spessori dei termini che oggi misuriamo non sono quelli realmente depositati, ma rappresentano il risultato della complessa sedimentazione ora descritta.

Stratigrafia del deposito con la tipologia dei materiali

Per l’analisi litologica dei vari strati si rimanda alla descrizione dei singoli strati fatti precedentemente.

Nello strato 2 si nota un livello di particolare interesse con una potenza variabile dai due ai dieci centimetri costituito da sabbie, me¬ diamente cementate a grana media e fine, con abbondante matrice siltosa ; a luoghi sono presenti delle concentrazioni più argillose e tal¬ volta, nelle porzioni più sabbiose è possibile individuare una lamina¬ zione subparallela. Lo strato in esame mostra un’interessante discor¬ danza sulla sabbia del livello inferiore, mentre a tetto ha la medesima giacitura del livello n. 3. Questo strato è molto ricco di manufatti litici ed ossei. Su una estensione di circa 12 mq sono stati trovati circa 250 arnesi in selce rifiniti, con 393 frammenti di lavorazione. Oltre ai nuclei, del numero di settanta di varia grandezza, alcuni informi, altri segnati dalle striature longitudinali che indicano l’antica sede delle lamine asportate per percussione, sono venuti alla luce due percussori, del medesimo materiale, di forma più o meno sferica, con un diametro variabile di circa 5-10 cm, facilmente da impugnare e segnati da nu¬ merose screpolature a raggiera prodotte degli urti ripetuti. Interessante è lo studio comparativo tra gli scarti e il materiale rifinito. Questo studio mette in evidenza l’alto valore tecnico raggiunto in questa cultura.

Si prendono in esame alcuni esemplari:

1) Bulino in selce grigiastra impura lung. cm 5,5.

2) Bulino in selce scura lung. cm 5.

3) Becco in selce grigio chiara lung. cm 6,5.

4) Lama tipica integra in selce marrone lung. cm 6,4.

5) Lama tipica integra in selce variegata lung. cm 5,9.

6) Raschiatoio sbrecciato in selce bruna lung. cm 7, lar. cm 3,5.

7) Raschiatoio tipico corticato in selce bruna lung. cm 5,5, larg. cm 3,1.

8) Punta a dorso in selce grigia variegata lung. cm 5.

9) Raschiatoio in selce grigio chiara lung. cm 5,8, larg. cm 3,5.

94

10) Punta a dorso in selce scura lung. cm 5,3.

11) Punta a dorso in selce bionda lung. cm 4,5.

12) Punta a dorso in selce bionda impura lung. cm 5,5.

13) Punta a dorso in selce scura lung. cm 6.

14) Lama-raschiatoio in selce bionda lung. cm 8, larg. cm 3.

15) Punta a dorso peduncolata in selce bionda lung. cm 5.

16) Punta a dorso peduncolata in selce bionda lung. cm 5.

17) Punta a dorso con immanicatura in selce fulva lung. cm 5.

18) Punta a dorso in selce grigiastra lung. cm 6.

19) Lama a dorso profondo-parziale in selce scura lung. cm 5,3.

20) Punta peduncolata in selce scura lung. cm 5,5, larg. cm 2,5.

21) Lama in selce scura variegata lung. cm 6,8, larg. cm 2,5.

22) Raschiatoio in selce scura lung. cm 7, larg. cm 2,5,

23) Lama in selce grigia lung. cm 5.

24) Punta a margine incompleto in selce bionda lung. cm 5,4.

25) Punta in selce scura lung. cm 2,5, larg. cm 2.

26) Grattatoio lungo a ritocco intenzionale lung. cm 6, larg. cm 2.

27) Punta a dorso in selce bionda lung. cm 3,5.

28) Bulino in selce grigiastra lung. cm 4,5.

29) Punta con peduncolo grigia fratturata lung. cm 4.

30) Lama-raschiatoio in selce scura lung. cm 5,3, larg. cm 2,5.

31) Lama in selce scura lung. cm 5,5, larg. cm 2.

32) Punta incompleta all’estremità in selce bionda lung. cm 3,8.

33) Bulino in selce bionda lung. cm 5.

34) Bulino a dorso in selce bionda lung. cm 4.

35) Frammento di troncatura incerto in selce bionda lung. cm 3,5, larg. cm 2,5.

36) Punta tronca scura lung. cm 5,4.

37) Lama a dorso bionda lung. cm 3,3, larg. cm 3,5.

38) Lama con peduncolo lung. cm 4,5, larg. cm 2, in selce bionda.

39) Lama con dorso in selce bionda lung. cm 5, larg. cm 1,5.

Nel secondo strato una notevole industria ossea con punteruoli e spatole si aggiunge a quella litica. Il materiale veniva prima scheg¬ giato e poi levigato. Soltanto una piccola percentuale è rimasta scheg¬ giata. Sono stati rinvenuti 24 esemplari :

1) Punteruolo in osso derivato dal metatarsale o metacarpale di ovino, la parte distale ovvero l’articolazione è usata come presa per l’uso (una sola troclea) lung. cm 10,2,

95

2) Punteruolo da metacarpale o metatarsale di ovino con artico¬ lazione come presa cm 11.

3) Lungo punteruolo acuminato ai due estremi cm 17,8.

4) Lungo punteruolo acuminato ai due estremi, rotto durante lo scavo ma restaurato; una punta è smussata lung. cm 18,5.

5) Punteruolo molto acuminato da metatarsale di ovino cm 10,5.

6) Robusto punteruolo prodotto da osso lungo con punta molto sottile cm 1 3 .

7) Frammento di grossa spatola di osso lungo cm 7, larg. cm 5 ; presenta un solco per Pimmanicatura (questo strumento è stato trattato con il lavaggio agli ultrasuoni).

8) Lungo punteruolo levigato ad una estremità con punta leg¬ germente rialzata cm 17,2.

9) Punteruolo scheggiato e acuminato ai due estremi. Presenta uno smusso per usura cm 8,5.

10) Grosso punteruolo di osso lungo scheggiato con taglio inten¬ zionale alPestremità distale laterale per favorirne Pimmanicatura, lun¬ ghezza cm 13,5, larg. cm 2.

11) Lungo punteruolo acuminato ai due estremi. Rotto per un terzo in epoca antica lungo cm 14, larg. cm 1,5.

12) Robusto punteruolo scheggiato, tagliato e smussato alla base lung. cm 9,5, larg. cm 2.

13) Punta scheggiata lung. cm 4,5.

14) Punta scheggiata lung. cm 5,5.

15) Punta scheggiata lung. cm 4.

16) Piccola punta scheggiata lung. cm 2.

17) Punteruolo metatarsale o metaearpale di ovino con grossa tro- clea molto appuntito, scheggiato e levigato lung. cm 10,5.

18) Frammento di fine punteruolo-ago, cilindrico levigato con punta smussa per usura e base tronca lung. cm 6.

19) Piccolo punteruolo scheggiato con base con taglio trasversale. Potrebbe essere anche una punta. Lung. cm 4,5.

20) Punteruolo da metatarsale o metacarpale di ovino con punta smussa per usura e parte di una troclea tagliata intenzionalmente lung. cm 8,5.

21) Grosso punteruolo con estremità levigata lung. cm 12,5.

22) Grosso punteruolo in osso lungo bovino con tacca per immani¬ care. Potrebbe essere anche punta di lancia o arma di offesa lung. cm 13, larg. cm 6.

96

23) Punta scheggiata lung. cm 4,5, larg, cm 1.

24) Punta scheggiata lung. cm 4,2, larg. cm 1,5.

Lo strato numero quattro presenta :

1) Frammento di ceramica di impasto rozzo, di colore rossastro, di superficie ruvida, decorato con incisioni fatte con una punta acumi¬ nata prima della cottura. Le incisioni sono limitate da solchi lung. cm 6, larg. cm 4.

2) Piccolo frammento di ceramica di impasto rozzo di colore

rossastro con superficie ruvida, eon solco e incisioni lung. cm 1,8,

larg. cm 2,5.

3) Frammento di ceramica di impasto rozzo di colore rossastro con superficie lucida ornata con linee.

4) Ansa di vaso di ceramica bruna a rocchetto insellato tipico della cultura del Neolitico superiore dello stile di Diana della secon¬ da fase.

5) Ansa a rocchetto della terza fase di colori bruno vivaci, ridotta e appesantita, di ceramica di impasto rozza con superficie ruvida lung. cm 6, larg. cm 2,5.

6) Ansa con lieve insellamento di ceramica di impasto di colore bruno. L’asse del rocchetto è lievemente spostato sul bordo del vaso lung. cm 4, larg. cm 3. È venuta alla luce sulla superficie dello strato numero 4.

7) Nel medesimo livello di strato è stata trovata una piccola ansa a rocchetto di ceramica di impasto rozzo di colore bruno con superficie lucida della terza fase.

8) Ascia neolitica, sia pure frammentaria, di arenaria di circa cm 10. È di forma convessa con notevole spessore, sezione ellittica generalmente con il taglio arcuato e il tallone più o meno appuntito, ben levigata la parte anteriore, scabra invece, mediante picchiettature, nella parte mediana e verso il tallone.

9) Lamina di arenaria levigata o frammento di ascia lung. cm 7, larg. cm 5.

10) Punta di freccia sessile a peduncolo con alette, base concava con ritocco bilaterale del tipo di Ripoli su selce grigia lung. cm 4, larg. cm 2.

11) Punta di freccia sessile con grosso peduncolo, con alette di selce grigia e con ritocco bifacciale lung. cm 4, larg. cm 2.

97

12) Punta di freccia senza alette con peduncolo rotto, di selce grigia bifacciale lung. cm 2.

13) Punta di freccia di selce biancastra senza alette con lungo peduncolo e con ritocco bifacciale lung. cm 4,8, larg. cm 1,5.

14) Punteruolo di osso scheggiato lung. cm 7, larg. cm 2.

15) Punta di freccia in osso con peduncolo lung. cm 4, larg. cm 1,5.

16) Piccolo punteruolo-spatolina lung. cm 6, larg. 0,5 cm.

17) Punteruolo scheggiato lung. cm 5,8, larg. cm 2.

18) Punta lung. cm 3,5, larg. cm 1.

19) Piccolo punteruolo in osso lung. cm 4,8, larg. 0,5 cm.

20) Punta con peduncolo lung. cm 7, larg. cm 3.

21) Frammento di lama in selce color avana dello stile del Neolitico finale. Presenta un fine ritocco lungo uno dei margini. Lung. cm 5, larg. cm 2.

22) Frammento di lama in selce scura con ritocco invadente, ma che interessa sempre la faccia superiore della lama. Lung. cm 5, larg. cm 1,5,

23) Frammento di lama in selce color avana con le stesse carat¬ teristiche litologiche ma che presenta notevoli piccole sbrecciature d’uso ; lung. cm 4, larg, cm 1,5.

24) Frammento di orlo di pentola con tubercolo. Ceramica di impasto rosso bruna, non lucida, con chiazze nerastre del Neolitico superiore, lung. cm 13, larg. cm 7.

25) Frammento di vaso decorato con cordoni impressi a solchi. Ceramica di impasto spessa, bruna; lung. cm 12, larg. cm 7.

26) Frammento di impasto rozzo, grigiastro a superficie ruvida, decorata con cordoni lung. cm 18, larg. cm 14.

27) Frammento di olla d’impasto rosso con incisione a crudo lung. cm 6, larg. cm 8.

28) Pietra da macina in arenaria con evidenti tracce d’usura.

Lo strato n, 5 presenta :

1) Punteruolo d’osso rozzamente scheggiato lung. cm 8, larg. cm 2.

2) Frammento di vaso con ansa circolare di ceramica di impasto grossolano grigiastra e nera di lung. cm 12, larg. cm 3.

3) Grosso orlo di pentola di ceramica bruna nerastra lung. cm 11, larg. cm 15.

4) Sulla superficie dello strato è stato riscontrato un frammento

7

98

di vaso a forma di brocca con ansa di impasto bruno lisciato con zone marrone scuro sul fondo. Probabilmente è della cultura del Gaudo.

Lo strato presenta inoltre :

1) Frammento di terracotta quadrato a margine rialzato con fori; presumibilmente coperchio di bollilatte o grata di fornello cm 10 x 10.

2) Frammento di pentola ornata con nastro a circa 3 cm dall’orlo. Ceramica di impasto grigio impuro lung. cm 10, larg. cm 8.

3) Frammento di fondo di grossa olla (lo spessore del fondo è di circa 2 cm rispetto ai 6 mm di parete della ceramica). L’impasto è bruno e ben cotto. Lung. cm 6,5, larg. cm 8.

4) Frammento di ciotola carenata di colore bruno a chiazze. Il bordo della carena presenta delle nodosità in superficie per cattiva tecni¬ ca. Lung. cm 7, larg. cm 6.

5) Grosso frammento di vaso in ceramica di impasto nero lucido con ansa forata lung. cm 16, larg. cm 13.

6) Orlo di olla di ceramica di impasto bruno a chiazze con due linee di tratteggio lungo il margine dell’orlo. Il tratteggio fu eseguito per scopo ornamentale con linee irregolari ; con uno strumento acumi¬ nato per il segno più alto. Meno incisivo è il secondo tratteggio. li’or- namento è stato praticato sul vaso già cotto. Lung. cm 12, larg. cm 9.

7) Grosso frammento di vaso carenato di ceramica di impasto bruno nerastro a chiazze rosse; cm 13 x 9.

8) Frammento di grosso vaso di impasto bruno con un cordone distante tre centimetri dall’orlo; cm 11,5 x 7.

9) Fusaiola di impasto bruno marrone contenente numerose im¬ purità; diametro cm 4,5.

10) Fusaiola di impasto scuro con foro eccentrico e segni di tacche su una superficie; cm 5,5.

11) Fusaiola di impasto bruno contenente numerose impurità. Diametro cm 4,2.

12) Fusaiola di impasto bruno-nerastro con numerose impurità. Diametro cm 4,5.

13) Frammento di lama regolarissima di ossidiana cm 2,5 x 1, a sezione trapezoidale, molto snella e ben rifinita.

14) Frammento di lama in ossidiana 2 x 1.

15) Frammento di lama in ossidiana 2,5 x 1.

16) Frammento di lama in ossidiana 2,5 x 1.

17) Frammento di lama in ossidiana 2,3 x 8.

99

18) Frammento di lama in ossidiana 2,5 x ì.

19) Frammento di lama in ossidiana 1,5 x 1 (dal n. 13 al 19 si ha la stessa tecnica con la stessa perfezione,

20) Lama di cm 5 x 1 a dorso nella parte terminale.

21) Frammento di parte distale di grosso bulino a forma prismatica con 12 facce; diametro cm 1,5, lunghezza delle facce cm 2,8.

22) Frammento di lama in ossidiana con impurità cm 2,8 x 1,8.

23) Piccola lama a dorsa cm 3 x 1.

24) Punta di lama cm 1,5 x 3,

25) Frammento mediano di lama cm 2 x 1,5.

26) Mestolo (due frammenti restaurati) di ceramica nero-lucida, non canaliculato cm 7,5 x 5.

27) Ceramica appenninica ovale con cinque buchi, probabile fram¬ mento di colino per la lavorazione del latte.

28) Fondo e parte di parete di un piccolo vaso usato per la con¬ servazione del caglio come quelli rinvenuti a Pertosa e a Nardantuono. Diametro del fondo cm 2,2.

29) Punta scheggiata cm 8x2 con tecnica nettamente inferiore allo strato 2 e 2a.

30) Punta scheggiata lung. cm 6, larg. cm 3.

31) Punta scheggiata lung. cm 5, larg. cm 2.

32) Punta con peduncolo laterale lung. cm 5, larg. cm 2.

Lo strato n. 6 i

1) Frammento di ansa a nastro forata; ceramica fine nero lucida e di impasto grossolano lung. cm 5, larg. cm 4.

2) Frammento di tubercolo di ansa sopraelevata del tipo Subap¬ penninico; lung. cm 3, larg. cm 2.

3) Orlo di vaso carenato di ceramica nero lucida lung. cm 13, larg. cm 4.

4) Frammento di ansa a nastro di ceramica grigia con tracce di pittura in nero; lung. cm 6, larg. cm 3.

5) Frammento di orlo carenato di ceramica nero-lucida ; lung. cm 6, larg. cm 6.

6) Frammento di orlo carenato di grossa tazza in ceramica nera ; lung. cm 7, larg. cm 7.

7) Frammento di fondo e parte della parete inferiore di vaso in ceramica nera a chiazze marroni; lung. cm 7, larg. cm 9.

100

8) Frammento di vaso con incisioni a linee parallele in ceramica nera. Il disegno è tipico della civiltà appenninica. Liing. cm 8, larg. cm 4.

9) Piccolo fondo di vaso in ceramica nera con incisioni paral¬ lele; lung. cm 3, larg. cm 4.

10) Frammento di fondo di vaso a forma di catino, tipico per la lavorazione del latte con piccola sagoma di manico sbozzata soltanto per uso ornamentale.

11) Peso da telaio in ceramica di impasto buccheroide con super¬ ficie lucida del periodo dell’Appenninico finale.

Lo strato n. 8 mette in evidenza :

1) Ceramica di impasto grezzo non levigata di colore grigiastro a chiazze, consistente in un frammento di grande situla con cordone de¬ corato con grosse tacche fatte col dito. Prima età del ferro lung. cm 7, larg. cm 8.

2) Frammento di colore bruno, di impasto grezzo non levigato con il cordone interrotto da unghiate; lung. cm 9, larg. cm 8.

3) Frammento di colore bruno a margine arrotondato per flui¬ tazione con tre tacche sul cordone; lung. cm 7, larg. cm 5.

4) Frammento distale di rasoio lunato in bronzo; lung. cm 5, larg. cm 2.

5) Frammento di vaso carenato di colore rosso di epoca fine Bronzo transizione Ferro con solchi e meandri. Il disegno copriva tutta la fascia superiore del vaso.

6) Coperchio per pentola a margini erosi in ceramica bruna a chiazze nere con tracce di tornio; lung. cm 14, larg. cm 12.

7) Frammento di tazza di argilla depurata chiara cotta al forno con tracce di tornio; lung. cm 10, larg, cm 10.

8) Frammento di brocca monoansata con solco e carena larga, con tracce di colore rosso, in argilla cotta nel forno e lavorata a tornio.

9) Frammento di vaso a forma di grande tazza con orlo per l’ap¬ poggio del coperchio, in ceramica rossa lavorata al tornio e cotta nel forno. Alla base si notano tracce di pittura nera con un grossolano serto di foglie.

10) Frammento di olla in ceramica nera, ruvida, molto sottile la¬ vorata al tornio. È una forma tipica del Ferro.

11) Frammento di olla in ceramica ruvida, sottile, rossa a chiazze nerastre, lavorata al tornio e dell’età del Ferro.

101

12) Frammento di ceramica chiara, italica con pittura geometrica di stile Protocorinzio. Lung. cm 4, larg. cm 3.

13) Frammento di ceramica italica, chiara con disegno geometrico, di epoca posteriore rispetto al precedente; lung. cm 4, larg. cm 3,5,

14) Frammento di olla di colore rossastro con orlo e cordone in¬ terrotto con stecca. Lung. cm 7, larg. cm 9.

15) -Frammento di vaso di impasto grezzo bruno contenente grosse impurità con due solchi sul cordone ; presenta margini smussati per fluitazione; lung. cm 5, larg. cm 8.

Lo strato n. 9 si presenta con sabbie giallastre e grige e verso l’alto presentano una laminazione più obliqua. L’area di copertura è di circa 18 mq, lo spessore è di circa 44 cm. In questo strato sono stati rinvenuti reperti in ceramica e metallici del periodo storico.

1) Grosso cuneo in ferro di epoca recente di lung. cm 17,5 e di larg. cm 5.

2) Chiodo in ferro cm 8 con testa grossa e con l’estremità piegata di circa tre centimetri.

3) Chiodo in ferro cm 8 senza testa e con l’estremità piegata di circa tre centimetri.

4) Sezione di lama di spada lunga cm 6 e larga cm 2,5.

5) Frammento di chiodo in ferro lungo cm 5.

6) Frammento di tazza con bordo baccellato col diametro di cm 6 e con il bordo alto cm 2,5, di ceramica rossa verniciata in nero. La datazione è del ll-lll sec. a.C.

7) Piatto di diametro cm 16 in ceramica rossa verniciata in nero neU’interno, con una fascia di cm 3 come decorazione esterna.

8) Frammento di piatto di diametro cm 19 in ceramica rossa verniciata in nero neU’interno, con una fascia di cm 3 come decora¬ zione esterna.

9) Manico di grossa lekythos con tracce di pittura nera lungo cm 8.

10) Frammento di tazza dal diametro di cm 12 in ceramica dipinta in nero nella parte interna, con banda irregolare nell’esterno.

11) Fondo di tazza in ceramica dipinta in nero con solchi con¬ centrici (mm 5 ogni interspazio).

12) Frammento di skyphos con disegno a figure rosse su fondo nero.

13) Manico di skyphos in ceramica rossa dipinta in nero.

14) Piccola tazza (frammento) carenata di diametro cm 6 e tagli a croce neU’interno.

102

15) Orlo di skyphos nero lucido con tre solchi sul bordo per orna¬ mento dal diametro di circa cm 14.

16) Frammento di piatto di diametro imprecisato in ceramica rossa dipinta in nero.

17) Fondo di tazza in ceramica rossa dipinta internamente in nero e banda sull’orlo esterno.

18) Frammento di piatto dal diametro di cm 13 dipinto interna¬ mente in nero e con banda di circa cm 4 aU’esterno.

19) Frammento di tazza a carena in ferro.

20) Grosso punteruolo in ferro di circa cm 9 piegato per

circa cm 4.

In questo strato sono state trovate tre punte mousteriane a margini arrotondati per fluitazione :

21) Punta in selce bionda tipo denticolato lunga cm 5, larga cm 4.

22) Raschiatoio in selce bionda denticolato lung. cm 5, larg. cm 3,5.

23) Punta in selce scura lunga cm 3, larga cm 2,5.

All’esterno in superficie sul campo sovrastante la grotta sono state

trovate :

24) Punta mousteriana denticolata in selce scura cm 4 x 2,5.

25) Raschiatoio mousteriano denticolato in selce chiara cm 3 x 3,5. Dal laghetto interno alla sezione di scavo sono stati trovati due

raschiatoi mousteriani a margini arrotondati :

26) Raschiatoio in selce scura cm 3 x 4.

27) Raschiatoio in selce scura cm 5 x 4.

Considerazioni sulle culture presenti

Come fu messo in evidenza nella nota preliminare del 26 maggio 1972, un giudizio definitivo sulle culture e sulle loro forme di passaggio non può essere elaborato finché lo scavo non sarà completato e con esso chiariti alcuni punti oscuri. Le caratteristiche idrogeologiche della grotta purtroppo non permettono programmi di lavoro ben definiti. Prova ne è l’ultima alluvione che ha distrutto, malgrado la diga co- iitr^uita a valle per tentare di sbarrare l’onda di piena, tutta la pre¬ cedente stratigrafia. Il presente lavoro con l’esame del deposito e del materiale serve a completare in parte dal punto di vista preistorico il profilo geomorfologico e idrogeologico della cavità. Attualmente la grotta dell’Ausino è con periodicità inondata da alluvioni causate dallo inne-

103

scarsi di un sifone interno che porta l’acqua a scaricarsi nel fiume Calore. Dalla disposizione dei reperti epipaleolitici si può dedurre che durante Finsediamento le condizioni morfologiche della grotta erano diverse, anzi costituivano la dimora ideale dell’uomo. Successivamente per le mutate condizioni morfologiche si è avuto il periodico alluvio- namento della grotta abitata che ha causato la distruzione del paleosuolo di cui ora restano poche tracce in alcuni punti. Da questo momento si è avuto un continuo apporto di sedimento argilloso-sabbioso, in cui sono stati rinvenuti materiale litico, manufatti ossei, frammenti di cera¬ mica e oggetti in metallo appartenenti alle varie epoche, dal Neolitico al Ferro, fino a cocci greco-romani fluitati e disposti secondo il senso della corrente.

Di eccezionale importanza si presenta lo scavo dell’Ausino perchè i reperti pur essendo, ad eccezione di qualche piccola parte del Gravet- tiano, in giacitura secondaria sono quasi integri nei loro strati. Anche se la copertura e, in alcune parti, la fronte dello scavo sono state mo¬ dificate dall’azione violenta del sifone, gli strati interessati dal Paleo¬ litico al Bronzo sono rimasti integri.

La prima testimonianza di vita, anche se per il momento di sicura provenienza esterna, viene da stazioni all’aperto (ripari sotto roccia) e data il Paleolitico medio con i manufatti mousteriani a margini ar¬ rotondati.

Gli strati 2 e 2 a, con spessore totale di circa 20 cm e con una estensione di circa 29 mq, mettono in evidenza una ricca cultura Gra- vettiana con strumenti piatti, doppi su lame, bulini semplici, lame a punta e a dorso abbattuto, punte ad intaccatura basale.

Al ricco materiale litico si aggiunge una industria ossea, notevole per tecnica e per numero di pezzi, costituita da punteruoli e da spatole. Soltanto questo strato mostra una tecnica di evoluta lavorazione dell’osso quasi come quella dei livelli del Neolitico medio delle Arene Candide. Negli strati successivi questa tecnica scompare e gli utensili di osso sono mal scheggiati e poco numerosi. Attardamento della tecnica lito¬ logica gravettiana o un più perfezionato uso del materiale osseo? In sintesi questo strato con le selci, le ossa lavorate e molte altre tagliate, derivate da avanzi di cucina, testimonia l’esistenza di comunità dedite alla caccia e alla raccolta e costituisce un preciso punto di espansione di tale cultura nell’Italia meridionale.

Il Mesolitico è rappresentato soltanto in due piccole aree dello scavo e precisamente sulla superficie degli strati 2 e 2a con abbondanza

104

di microliti finemente lavorati e con il rinvenimento di un utensile caratteristico di questa industria : un raschiatoio punteruolo in cui sono inseriti dei microliti.

I microliti raccolti sono stati divisi in tre gruppi :

scarti di lavorazione 60% ;

microliti adattati su scarti 30% ;

microliti puri 10%.

Come nelle altre stazioni italiane tipiche di questo periodo l’indu¬ stria microlitica è mista a quella del Paleolitico superiore.

Nei due strati mesolitici sono state notate ossa di animali di clima freddo come lo stambecco e il cervo.

Co^ne nella grotta « La Porta » di Positano e quella di « Ortuc- chio » del Fucino anche in quella dell’a Ausino », pur mutando le con¬ dizioni climatiche modificandosi in senso caldo, per la vicinanza di grossi massicci montuosi, vi è stato un attardamento di questa tipica fauna fredda.

Lo strato quarto presenta scarsi reperti di ossa lavorate, avanzi di pasti e frammenti di cocci in ceramica rosso lucida con anse tubulari o a rocchetto lunghe o insellate, tipiche della cultura del Neolitico supe¬ riore dello stile di Diana. Nell’ Ausino dello stile di Diana è presente la seconda fase con ceramica rosso-corallina con orli più bassi e la terza fase con ceramica bruno-violacea con anse ridotte e appesantite.

L’Ausino completa l’orizzonte culturale di questo stile. La ceramica rossa e le anse a rocchetto di questo stile del Neolitico dalla contrada Diana in Lipari si espandono verso S. a Borg-in-Nadur e nella isola di Gozo a Santa Verna; a N, all’ Ausino e alla grotta delle Felci di Capri ; verso E nelle tombe dello scoglio del Tonno, nella Zinzulusa (Otranto); a NE a Latronico e più a N a Norcia e nella grotta Lattaia. Nel medesimo strato è stata trovata un’ascia neolitica, sia pure fram¬ mentaria, di arenaria di circa 12 cm. È di forma convessa di notevole spessore, a sezione ellittica, generalmente con il taglio arcuato e col tallone più o meno appuntito, ben levigata nella parte anteriore ; resa scabra invece mediante picchiettatura sulla parte mediana e sul tallone. Questo tipo di ascia è largamente diffusa in Italia, dalle Arene Can¬ dide alle grotte calabre. Nello stesso livello sono state trovate quattro punte di frecce sessili a peduncolo con alette, a base concava, con ritocco bifacciale del tipo di Ripoli. Questo tipo di freccia in Campania è pre¬ sente anche nella cultura del Gaudo. Lo stile di Ripoli si rinviene

105

dalFEneolitico di Rinaldone e di Remedello fino alla cultura del Gaudo. È presente anche nella tomba 4 del giacimento preistorico presso il tompio di Cerere a Paestum e in due corredi tombali della necropoli del Gaudo tomba T e U,

Come nelle altre grotte campane anche nell’Ausino, la civiltà ap¬ penninica prevale nel periodo del Bronzo per lo spesso dello strato e per la ricchezza del materiale, È rappresentata in tutte le sue fasi, ini¬ ziale, media e finale, da numerosi reperti di ceramica fine, nera, lucida, di impasto grossolano, con forme svariate, olle, orci, scodelle, ciotole. La ceramica nera e lucida è mista a quella di impasto bruno.

Numerose fusaiole sono da attribuirsi al bronzo iniziale, mentre un peso da telaio per la sua ceramica buccheroide e lucida è da attribuire al Bronzo finale.

Soltanto nello strato del Bronzo medio e finale è stata notata la presenza di ossidiana in lame, frammenti e pochi scarti di lavorazione. Tale presenza testimonia il ritardo, rispetto alle stazioni preistoriche litoranee, di queste comunità isolate per la montuosità della zona. La bassa percentuale di scarti di lavorazione (5%) fa dedurre che i manu¬ fatti venivano importati già rifiniti dalle isole vulcaniche fornitrici (Eolie, Arcipelago Pontino).

Degne di rilievo sono le tipiche forme di vasi per la lavorazione del latte, un mestolo simile a quello trovato da Bernabò Brea alle Arene Candide, un frammento di colino, un vasetto del tipo di Pertosa per la conservazione del caglio, una piastra bucata usata come fornello o per coperchio di bollilatte. Sono prova delle attività pastorali delle comunità appenniniche.

Lo strato del Bronzo medio finale presenta nelPAusino ceramiche appenniniche scarsamente ornate ; scarsi pure i reperti delle tipiche anse subappenniniche sopraelevate, forate e cornute. Solo dopo il prosciugamen¬ to del pozzetto nel ramo B sono stati trovati frammenti di vasi ornati con decorazioni incise, con fasce punteggiate e tratteggiate in schemi geo¬ metrici ravvivati dalla incrostazione. Sono reperti in ceramica della cultura Appenninica finale con ornati tipici della cerchia culturale meridionale come quelli di Coppa Nevigata, Scoglio del Tonno, Latro- nico, Pertosa, grotta delle Felci di Capri, Ischia, Nardantuono ad Olevano sul Tusciano.

Le comunità pastorali attingevano l’acqua, elemento essenziale per la loro esistenza, da quel pozzetto dove sono rimaste tracce di vasi acci¬ dentalmente rotti. Degno di rilievo, sempre nello strato del bronzo

196

spesso circa 50 cm, un canale di scolo chiaramente visibile per la sua netta delimitazione degli strati sottostanti, scavato dagli appenninici per drenare le acque di stillicidio. L’ultima alluvione ha distrutto que¬ sta sezione di scavo e quella mesolitica ad essa adiacente. Il livello superiore presenta cocci di transizione Bronzo-Ferro. Nello strato 8 è stato trovato un rasoio lunato. Sia la lama che il dorso hanno anda¬ mento a semicerchio. Questo tipo di rasoio è simile a quello trovato nella tomba 172 della necropoli di Pontecagnano dello stile della prima fase ; è cioè un rasoio di tipo settentrionale che trova riscontro nella prima fase di Tarquinia e di Bologna. È questo un indizio evidente che consente di individuare più stretti rapporti con l’ambiente villa¬ noviano centro-settentrionale.

Per l’epoca storica lo strato è alto circa un metro ed è pari allo spessore di tutti gli strati che contengono la preistoria. È coperto di sabbie e ciottoli con reperti di ceramica lavorata al tornio e con fram¬ menti di vasi greco-romani. Il livello superiore della coltre di sabbia si è venuto formando in un brevissimo giro di anni.

La preistoria dell’Ausino si evidenzia su tre periodi di grande interesse :

Lo strato 2 e 2a con la cultura gravettiana e con la ricca e perfezionata produzione di strumenti ossei ;

Lo strato 4, periodo Neolitico, abbraccia un arco di tempo che va dalla ceramica alle anse a rocchetto dello stile di Diana, alle frecce tipo Bipoli, Remedello, Gaudo ;

Gli strati 5 e 6 con la quasi completa testimonianza dell’in¬ sediamento nella grotta, sia pure a carattere stagionale, in rapporto alle transumanze di comunità pastorali appenniniche.

Intorno al massiccio deU’Alburno, sede di ottimi pascoli estivi, oltre a Pertosa con la sua cultura appenninica, viene così inserita anche la grotta dell’ Ausino con le sue testimonianze della civiltà pastorale.

Genesi ed evoluzione della Grotta

Tenendo conto dei dati ricavati dallo studio dei reperti e delle osservazioni morfologiche, si può affermare che la genesi della grotta e la sua evoluzione siano avvenute in diverse fasi ben distinti e quasi tutte facilmente localizzabili nel tempo :

107

a) - formazione del ramo estremo e di quello prossimo alVingresso come

come cavità di interstrato, loro evoluzione probabilmente in comu¬ nicazione con Vesterno.

Durante tale periodo l’azione delle acque dovette essere facilitata dalla pendenza degli strati, oltre che da un livello di base di poco più alto di quello attuale. La parte terminale della grotta, oltre morfologi¬ camente matura, presenta il caratteristico aspetto di cavità di interstrato : mancano le forme di eversione, è presente una notevole quantità di materiale argilloso proveniente dal disfacimento ; rari sono gli episodi di crollo e ben localizzati. I brevi cunicoli laterali presentano caratteri di accentuata maturità, si notano elementi tali da far pensare ad una grande quantità di acqua circolante. Una morfologia analoga, sia pure con caratteri molto meno marcati, si può notare nel tratto inter¬ medio del ramo iniziale, quantunque il tipico aspetto di cavità di inter¬ strato sia stato in parte obliterato da una prolungata azione chimioclastica e graviclastica, ed in